Zhaoze – No Answer Blowin’ In The Wind

Recensione del disco “No Answer Blowin’ In The Wind” (Self, 2023) degli Zhaoze. A cura di Bob Accio.

Una bella gatta da pelare recensire i Zahoze del loro recentissimo e ultimo “No Answer Blowin’ In The Wind“. Perché se prendi l’album e lo ascolti in assenza di riferimenti, così di punto in bianco, come se un amico te lo avesse suggerito, comunque ti formi un’idea, basata su quel che stai ascoltando e su ciò che già appartiene al tuo pregresso. E fin qui ci siamo.

D’altra parte il processo culturale avviato dai Zahoze ricorda un po’ quello che si verificò nella cultura Occidentale a metà degli anni Settanta, quando la critica musicale si verticalizzò sulla Giamaica e sul reggae. Sì che il K-pop, quello di origine coreana, fu sdoganato diversi anni fa anche sul nostro territorio nazionale, facendo strage di cuori, ma la musica orientale o cinese, per me (do una nota di colore), è più o meno sempre rimasta confinata ad uso di sottofondo mangereccio durante le cenette nei ristoranti cinesi.

E così i Zahoze mi costringono a ripensare a tutta una frangia di mondo dove loro vivono, operano e sono più che acclamati, al punto che stanno conquistando anche l’Occidente – e questo mi riporta al titolo di un film di Bruce Lee…Per cui la mia valutazione di “No Answer Blowin’ in the Wind” deve tener conto di quanto ascoltato nell’album e dei loro trascorsi. C’è comunque una costante nel loro stile musicale, la visione post rock, che subisce (però e ovviamente) una messa a terra particolare, come da parole del leader Hoyliang, che ha dichiarato: “Ci sono due definizioni di post-rock. Uno lo definisco strettamente stile mainstream presentato da band come Mogwai, EITS e così via, e l’altro che copre in modo più ampio in quanto si riferisce a tutte le innovazioni ribaltanti del rock tradizionale. La musica di Zhaoze forse appartiene a quest’ultimo“.

Tutto questo ragionamento è dato per constatare che la visione occidentalocentrica non fa passare facilmente prodotti culturali di altri continenti, che chiaramente sono svariati in musica, come da noi i nostri, in fin dei conti; ma è pur sempre vero che il modulo espressivo rintracciato in un continente differisce da quello di un altro, perché la vena creativa risente ad ogni modo della propria sfera di origine.

E allora, ecco come leggo quest’ultimo effort della band, in vista del credito, della fama e dei riconoscimenti ricevuti in Cina, come è normale che sia per una band che ci sa fare: i Zahoze stanno adesso scalando l’audience internazionale e questo spiegherebbe il titolo dell’album in chiaro riferimento al maggiore rappresentante della pop culture (o meglio, counterculture) Occidentale, Bob Dylan. Anche se non si riduce solo ad esso, perché il lavoro nasce con l’intento poetico, figurativo e ambientale centrato sul tema del vento.

Tats Lau, chitarrista e compositore della leggendaria band Tat Ming Pair di Hong Kong, ha dichiarato: “Zhaoze è ora la migliore band post-rock in Cina“. Christoph Borkowsky, da Berlino, presidente di WOMEX (acronimo per WOrld Music EXpo, che è un’esposizione internazionale di world music) ha chiarito: “I Zhaoze sono i Pink Floyd cinesi“. Il media Rockaxis Colombia di Bogotà ha scelto la performance di Zhaoze come uno dei migliori concerti del 2017, con U2 e Sigur Ròs.

Questo semplice fatto mostra, lo ricordiamo perché basilare, che la rivoluzione innescata negli anni Cinquanta del secolo scorso dal rock’n’roll, e protrattasi nelle decadi successive, non ha soltanto influenzato l’Occidente, ma tutto il mondo. E mentre noi ci siamo cullati con quei mostri sacri della musica pop angloamericana, tuttavia siamo rimasti distanti dagli altri universi sonici mondiali (che come noi hanno fruito degli stessi mostri sacri), come ad esempio quello cinese (anche se lì l’apertura alla musica occidentale giunge negli anni Ottanta dopo la riforma del 1979), che è super vivo, vegeto e parallelo al nostro, in cui lo star system, forse, in termini di ‘infrastrutture’ acquisisce una spinta maggiore che qui in Italia. Ma questo dato negativo lo è anche in comparazione all’Europa, e penso al sistema dell’istruzione e istituzionale, laddove altri Paesi, invece, coltivano e incentivano la cultura professionale della musica nelle scuole e nelle università.

Ma tornando all’operazione di lancio e di conquista del mondo intero…I Zhaoze (in italiano palude) sono in quattro e provengono da Canton (Guangzhou, gemellata con Padova), capoluogo della Provincia di Guangdong, che si trova al centro della “megacittà del delta del Fiume delle Perle”, la più grande conurbazione metropolitana del mondo che conta 46,5 milioni di abitanti, situata nel Sud della Cina e che dista 182 Km. da Hong Kong. Tale vicinanza ne ha dettato lo sviluppo industriale; infatti, qui si svolge la fiera dell’export, l’evento più importante della Cina, dove si trova il meglio della produzione Cinese e dove è possibile consolidare rapporti tra lavoro e impresa, sia commerciali che industriali. Il quadretto serve solo a far immaginare il contesto in cui si muovono Hoy (Guqin, Xiao, chitarra, tastiera, voce), Littledream (chitarra, mini tastiera), Roy (basso, melodica, armonica) e Seasean (batteria, glockenspiel).

Nel 1993, negli ambienti universitari, sotto la guida di Hoy Liang, comincia l’avventura Numazawa, che diventerà il titolo omonimo del primo album datato 2001. La band ebbe vita travagliata e un’intensa attività live, in aggiunta a cambi di line-up. I Numazawa si sono poi evoluti nel progetto Zahoze, pubblicando sin dal 2005 e muovendosi sempre su coordinate espanse afferenti al post rock, finché dal 2006 Hoy decise di studiare il guqin e di impiegarlo stabilmente dal sesto album (“Yesternight Yes Tonight“, 2016) in poi, portando nella musica della band non solo la rivisitazione della tradizione millenaria offerta dallo strumento in chiave moderna, e principalmente post rock, ma anche a trasformarlo in uno strumento elettrificato, di cui lui ne è virtuoso.

Personalmente penso che “No Answer Blowin’ In The Wind“, in alcuni momenti, tocchi con mano lo spettro dei Pink Floyd (e questo è da intendere come un ossequioso omaggio), solo che la matrice floydiana a mio parere risalta troppo sottopelle al tessuto sonoro, tale che influisce nella restituzione degli intenti, ma non in senso negativo sulla affermata bravura dei quattro, per altro già espressa dalla precedente discografia.

Piace molto quel loro lato meditativo e parasperimentale che li spinge a dipanare i fili eufonici tramite l’armonica e il fischio delle labbra, per esempio, oppure quando è la chitarra acustica a descrivere atmosfere idilliache. Invece, quando sale in cattedra il flauto, lo scenario cambia istantaneamente e si dipingono immediatamente gli spunti grafici riprodotti in copertina. I Zhaoze oltre a essere i primi ad aver reso elettrico il guqin, lo strumento a corde più tradizionale della cultura cinese, suonano, per mano di Hoy, persino lo xiao, il lungo flauto da meditazione.

Nondimeno, il bello risiede nel rilevare la sintonia strumentale dell’intero, quando quelli tradizionali incontrano l’impianto elettronico che fornisce i soundscape, includendo nella sommatoria anche gli interessanti battiti dei tamburi, spesso anche loro d’ispirazione tradizionale, al fine di creare un mood sonoro meditativo, spirituale e naturalistico nello sviluppo narrativo. Brilla poi, nel bel mezzo all’album, una poesia recitata in vernacolo, fattore che impreziosisce di trascendente mistero ciò di cui i Zhaoze sono fautori.

L’aria idilliaca e sognante, che è quel che si propone la band, vive tra aperture della ritmica in direzione post-rock, come più volte affermato, a volte dirompenti nelle loro manifestazioni e sostenute nella dinamica, e i contributi di contrasto più onirici dell’ambientazione creata. L’insieme di queste componenti messe in campo, costituisce il pattern entro cui matura l’ascolto, beneficiando altresì di effetti e minimalismi sonori da musica contemporanea e ambient che ne allargano il concetto dimensionale, esplicitato in spazialità.

Winds Knows Me è forse l’episodio più singolare, compresa la doppia partitura di Birds Are Not True Pt I e II, che sposa un certo prog à la Jade Warrior, ma che parla essenzialmente il mandarino, sottolineando l’innesto del guqin elettrificato (talvolta suonato con l’arco del violoncello), benché si notino accensioni di pomp (post)rock che richiamano il sounding dei Floyd e del prog. Ed è impossibile non citare l’umorale opening Ask The Wind e il suo seguito energizzato, Standing in Wind.

La lettura del loro personalissimo post-rock fa assurgere i Zahoze a band stratosferica, naturalizzando la loro statura presso l’audience globale, legando completamente le proprie attitudini musicali alla continua evoluzione dei temi innovativi e intrisi di bellezza.

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