V.A. – The Endless Coloured Ways: The Songs Of Nick Drake
Recensione del disco tributo “The Endless Coloured Ways: The Songs Of Nick Drake” (Chrysalis, 2023). A cura di Maria Macchia.
Quando lasciò prematuramente questo mondo a soli 26 anni, nel novembre del 1974, Nick Drake aveva inciso solo tre album in studio: “Five Years Left”, uscito nel 1969, “Bryter Layter” del 1970 e “Pink Moon” del 1972. 31 canzoni in tutto, dunque, che diventano 66 se si considerano demo e outtakes pubblicati postumi. Nessuno, all’epoca, immaginava che la sua figura di artista e la sua relativamente esigua produzione avrebbero avuto una così grande influenza sulle generazioni successive di cantautori, al pari, ad esempio, di Bob Dylan. Un esempio tra i tanti: Robert Smith dei Cure ha affermato che il nome della band da lui fondata deriva da un verso di Time Has Told Me, opener del primo album di Nick: “A troubled cure for a troubled mind”.
Drake risulta ancor oggi, a distanza di oltre cinquant’anni dal suo esordio, un musicista di straordinaria attualità, per la perfezione adamantina delle sue composizioni ma anche per le tematiche dei suoi testi: disagio esistenziale, solitudine, incomunicabilità. Temi, questi, che hanno un afflato universale, che scavano nelle inquietudini del cuore umano, che affondano come radici di un enorme albero nel terreno del vivere – profondo, oscuro, arido e melmoso al tempo stesso – per poi generare germogli fragili e delicati protesi verso l’infinito, proprio come le aspirazioni di ciascun individuo che il longilineo poeta di Tanworth-in-Arden ha saputo così bene rappresentare.
La sua eccezionale eredità è stata ora raccolta in un ambizioso album-tributo, “The Endless Coloured Ways”, uscito lo scorso 7 luglio e comprendente ben 25 brani del suo repertorio. Il progetto è stato fortemente voluto da Jeremy Lascelles di Chrysalis Records e da Cally Callomon, manager della Nick Drake Estate, che hanno affidato a musicisti appartenenti a generazioni e background molto diversi tra loro il compito di “reinventare” le tracce in modo personale, senza tenere conto delle registrazioni originali. Il risultato è un autentico caleidoscopio musicale, che spazia attraverso molteplici generi e stili, tratteggiando un inedito ritratto del songwriter britannico con pennellate sonore che si fanno, di volta in volta, leggere o energiche, variopinte o monocromatiche, acustiche o elettroniche.
Tra i brani presenti, ce ne sono due che precedono l’esordio su LP di Drake, Time of No Reply e They’re Leaving Me Behind, riletti, rispettivamente, da Joe Henry – Meshell Ndegeocello e da Katerine Priddy, mentre il disco dal quale i vari artisti hanno attinto maggiormente è stato “Pink Moon” – album quasi bucolico, fatto di incantesimi folk che si reggono solo su voce e arpeggi di chitarra – con ben 8 tra le 11 tracce che lo compongono.
L’opener della compilation è Voices, frammento a cappella da Voice from a Mountain da parte dei The Wandering Hearts, trio di ispirazione folk-Americana con due soli full-length all’attivo. La band londinese ha dunque l’onore e l’onere di aprire le danze con un brano che è indubbiamente in armonia con la loro cifra stilistica, ma anche di concluderle, dato che, in un perfetto andamento circolare, Voices torna, in forma completa, a chiudere la raccolta. Segue uno dei pezzi forti della collezione, Cello Song, nella sorprendente versione, urbana e agreste insieme, del quintetto dublinese Fontaines DC, che esalta e porta alla luce le nervose correnti sotterranee che sottendono molti brani del cantautore.
Volendo trovare un filo conduttore nell’estesa e variegata raccolta, si può osservare come siano numerosi gli artisti che hanno scelto di rivestire le cristalline composizioni di Drake di sonorità elettroniche, quasi a volerle tramutare in altrettanti comunicati dall’oltretomba che rievocano il tormentato spirito del loro autore. John Parish, un nome che non necessita di presentazioni, si accompagna così per l’occasione alla giovane cantautrice neozelandese Aldous Harding e ci regala una rilettura onirica, quasi ipnotica, di Three Hours. Altro esempio, in questo senso, è la versione witch house di Parasite da Stick In The Wheel, i cui accordi discendenti sembrano rispecchiare la caduta emotiva libera del suo creatore e che qui diviene una sorta di messaggio dall’aldilà. Degna di nota è anche Day Is Done, inno elettronico notturno e spettrale nelle mani di John Grant, con assoli di synth che ci fanno approdare su lidi gelidi e desolati: “When the day is done/ Down to earth then sinks the sun/ Along with everything that was lost and won”. Sulla stessa lunghezza d’onda Pink Moon di AURORA: sembra davvero di contemplare il cielo e di assistere al sorgere di un luminoso satellite (Pink moon is on its way/And none of you stand so tall/Pink moon gonna get you all) a metà tra un funesto presagio e l’arrivo della primavera.
Altri interpreti hanno invece dato vita a brani che, nella sostanza, non differiscono dagli originali, per lo meno nell’intento che li pervade e nelle emozioni che suscitano all’ascolto: essi si basano prevalentemente su timbri di strumenti acustici o su arrangiamenti essenziali, che tendono ad amplificare le atmosfere intimiste e l’introspezione delle liriche. Molto suggestiva è Hazey Jane II rivisitata dalla cantante e attrice francese Camille, con un tappeto sonoro di violoncello e leggere percussionisul quale si appoggia delicatamente una storia di solitudine (And all the friends that you once knew are left behind/ They kept you safe and so secure amongst the books and all the records of your lifetime) che cerca il suo riscatto nella riscoperta della propria individualità (…take a little while to find your way in here/… take a little while to make your story clear). Un’altra songwriter proveniente dall’emisfero australe, Nadia Reid da Dunedin, NZ, si cimenta con Poor Boy, vicenda di ripiegamento interiore e di isolamento, ma la sua suadente vocalità, ammantata di un involucro quasi psichedelico, la rende forse meno drammatica. Altro brano di punta è ovviamente Time Has Told Me, in cui Ben Harper si appoggia al blues dell’originale di Nick e ce ne regala una versione “dylaniata” che rafforza la miscela di fede e fatalismo insita nel tentativo di indagine di sé che i versi racchiudono: “I`ll leave the ways that are making me be/ What I really don’t want to be”.
Il titolo della collezione è tratto da From The Morning, traccia conclusiva di “Pink Moon”, e Jenny Hollingworth dei Let’s Eat Grandma, duo originario di Norwich, conferisce alla canzone un carattere di ottimismo e di speranza, in un arrangiamento in cui la voce emerge rispetto al groove sintetico, assumendo un carattere quasi ispirazionale. Il rapporto con la natura, ricorrente nei versi di Nick, diviene qui fusione panica: “And now we rise/And we are everywhere/And now we rise from the ground”. Una delle primissime canzoni di Drake, la già citata I Think They Are Leaving Me Behind, è stata poi prescelta dalla cantautrice delle Midlands Katherine Priddy, con un’orchestrazione di archi che si eleva verso il cielo e che conferisce notevole spessore ad un brano poco conosciuto e meritevole di essere riscoperto.
Saturday Sun diventa invece, nell’arrangiamento di Mike Lindsay, affidata all’ammaliante interpretazione di Guy Garvey, uno standard jazz dall’atmosfera assonnata, pervasa dalla calura del meriggio. Interessante anche la seduttiva One of These Things First, di Emeli Sandé, giocata su una base di percussioni e organo che rimanda ad Amy Winehouse. Per David Gray, uno dei più noti esponenti della scena cantautorale britannica, le canzoni di “Pink Moon” sono “intessute da una strana e delicata magia che ipnotizza l’orecchio e disarma completamente il cuore” e dunque, da questo album da lui molto amato, egliha scelto Place To Be, che riecheggia un po’ le beatlesiane Yesterday e Help nel voler confrontare passato e presente, l’ingenua sicumera adolescenziale e l’apparente consapevolezza di chi ha superato i vent’anni, unita al bisogno di appoggiarsi a qualcuno: “When I was young, younger than before/I never saw the truth hanging from the door/And now I’m older, see it face to face… Now I’m weaker than the palest blue/Oh so weak in this need for you”.
“The Endless Coloured Ways” è un’operazione discografica che sicuramente consentirà di accostarsi all’opera di Nick Drake a chi, magari per motivi generazionali, non si è mai imbattuto in essa. Tra episodi di indubbio valore e riletture meno incisive, la compilation invita a riscoprire le preziose gemme di quello scrigno che è il canzoniere del songwriter e il loro abbagliante fascino. Ma è anche un’opportunità per artisti di provata esperienza, come pure per i musicisti che si sono affacciati da poco sulla scena, per misurarsi con questi immortali capolavori, consentendo loro di aggiungervi tocchi personali o, in altri casi, inducendoli alla contemplazione di risultati inarrivabili.
Quale che sia la valutazione dell’ascoltatore, una cosa è certa: sarà inevitabile andare a riascoltare “Five Years Left”, “Bryter Layter”, “Pink Moon” e gli altri brani sparsi di Drake e meditare sui suoi versi che descrivono il mistero della vita, l’ineffabilità dei sentimenti, l’insondabile profondità dell’animo umano e il veritiero specchio che la natura, con le sue “infinite strade colorate”, ci pone davanti.
