Jeromes Dream – The Gray in Between
Recensione del disco “The Gray in Between” (Iodine Recordings, 2023) dei Jeromes Dream. A cura di Giovanni Mastrapasqua.
Se nel 2022 ci sono stati grandissimi ritorni ed uscite hc di rilievo come Birds in Row, Gospel, OFF!, Soul Glo o Dead Cross su tutti, quest’anno risultava sicuramente più povero in termini di novità, ma per fortuna con “The Gray in Between“, nuovo album per I Jeromes Dream, la situazione migliora sensibilmente.
Il terzetto del Massachusetts è una storica band screamo/emoviolence nata verso la fine degli anni ’90 e che ha contribuito, insieme a band come Orchid, Pg.99 e Saetia su tutti, ad inizio anni 00 non solo a creare un nuovo sottogenere dell’hc, ma anche a far rivivere una nuova primavera ad una forma musicale che sembrava ormai aver detto tutto nei quasi vent’anni dalla sua nascita fino a quel momento. I Jeromes Dream però sono sempre stati all’interno di quella scena la band maggiormente influenzata dal noise di scuola Jesus Lizard e dal mathcore caotico vicino a band come Botch, quindi, almeno per chi scrive, anche una tra le più originali e particolari di questa nicchia, insieme agli Off Minor o soprattutto ai Gospel.
Già parzialmente da “Presents“, disco del 2001, così come in “LP“, pubblicato nel 2019 dopo la reunion, anche in “The Gray in Between” il riferimento principale indubbiamente risulta essere “Jane Doe“, capolavoro di hc evoluto dei Converge, soprattutto per quella stranissima sensazione di esagerata, violenta ma controllata inquietudine mista ad un’enorme e sofferta emotività, quasi tangibile fisicamente, che suscita l’ascolto di un disco come questo, una sorta di esperienza catartica. Basti a tal proposito ascoltare il trittico iniziale composto da Conversations in Time, On Mute, Stretched Invisible from London e South by Isolation. Il cuore alla fine dell’ascolto sembra sanguinare, insieme ovviamente ai padiglioni auricolari che come minimo fischieranno per un bel po’ anche a causa degli immancabili, continui e persistenti (al limite del fastidio) fischi di chitarra.
“The Gray in Between” nella sua breve e sintetica durata, come da norma per un disco del genere, non ti permette mai di tirare il fiato: le chitarre sono taglienti come lame, il basso è granitico e spinge insieme alla batteria martellante con il tipico suono di rullante secco. Tutte queste forti peculiarità sono stemperate solo dall’attenzione del trio per le dinamiche e da quei brevissimi ma intensi momenti melodici più pacati come nell’intermezzo di Pines on the Hill, nelle struggenti note di pianoforte della successiva Cosmos in Season, nella sognante chitarra di Often Oceans o nel finale della conclusiva The Last Water Pearl, sporadici e brevissimi sprazzi di luce in mezzo ad un viaggio nero destabilizzante e senza ritorno, dove le urla laceranti del cantante bassista Jeff Smith contribuiscono a rendere tutto ancora più disturbante. Piccola parentesi: è davvero sorprendente e miracoloso che il soggetto in questione abbia ancora una voce, in quanto ad inizio carriera aveva l’abitudine di sbraitare nei live senza microfono sforzando perciò in maniera incredibile per farsi sentire, ma questo “simpatico” e caratteristico vezzo ha rischiato chiaramente di danneggiare in maniera irreparabile le corde vocali dello stesso, tanto che già da “Presents” in poi dovette modificare il modo di cantare.
“The Gray in Between” è un lavoro super emozionale perché nel bene o nel male inevitabilmente suscita una reazione in chi ascolta. Per quanto mi riguarda disco hc dell’anno, insieme ai nostrani Stormo.
