Blur – The Ballad of Darren
Recensione del disco “The Ballad of Darren” (Parlophone, 2023) dei Blur. A cura di Piermattia Vantaggi.
I Blur non hanno di certo bisogno di presentazioni. Negli anni ’90, tra singoli e dischi preziosissimi hanno rappresentato una delle vette dell’indie britannico. In Europa, in seguito all’uscita dei loro lavori, venne a crearsi una vera e propria onda d’emulazione fatta di band e progetti che tentavano di cavalcare il successo che loro e i loro avversari Oasis stavano avendo in quel momento storico.
Siamo ormai nel 2023 e la band capitanata dall’eclettico Damon Albarn sforna un altro album da aggiungere al mucchio: “The Ballad of Darren”. Quante domande che sorgono spontanee: sono cambiati? Il disco è valido? Sono ancora degli eterni ragazzini? Allora, direi di partire dal fatto che ormai i nostri vanno per la sessantina, dunque, è chiaro che ci siano mutamenti di sound e di formula musicale. Ora il discorso è semplice, seguendo un po’ la tesi secondo cui ogni opera va valutata all’interno della categoria in cui rientra, potremmo affermare con certezza che si, l’ultima fatica dei Blur è un album riuscito. Oltretutto, non dobbiamo abbandonarci all’istintualità che ci istiga a porre in relazione questo disco con i precedenti. Significherebbe, in sede di giudizio, mettere in gioco nostalgia, affezione e attaccamento emotivo che provengono dritti dritti dalla nostra adolescenza, quando, sprezzanti dei pericoli e delle responsabilità dell’età adulta, giravamo con Song 2 nelle cuffiette. Ma torniamo a noi.
L’incipit del disco è The Ballad, una ballata, appunto, che rimanda all’indie più contemporaneo. L’arrangiamento è assolutamente minimale: piano/synth, voce, chitarrine qua e là, alcuni archi e batteria. Tanto basta per costruire un’ottima traccia che se la gioca perfettamente grazie all’armonia catchy e alla voce calda di Damon Albarn. Sul finire del brano delle chitarre distorte, tipicamente british, aprono finalmente le danze. È il momento di St. Charles Square, brano molto più legato ai primi lavori dei Blur, soprattutto a “Parklife“. Tra urla, riff fuori di testa e testi sul filo dell’ilare la traccia fila liscia ed esalta, riportandoci un po’ nel passato. Con Barbaric abbiamo un’altra canzone piuttosto sostenuta: niente da dire, il ritornello funziona ed entra subito in testa. Ma è con Russian Strings che entriamo nella parte dell’album che ha più similitudini con i lavori dei The Beatles, soprattutto con gli album post ’65. Vero, la band di Albarn si è sempre lasciata ispirare dai lavori dei Fab Four, forse però erano state privilegiate le tracce più divertenti e scanzonate come ad esempio Ob-la-di Ob-la-da. Questa volta invece il riferimento sono le ballate come Something e in generale i momenti più nostalgici di John Lennon e compagni. Non solo The Beatles, in realtà credo si siano lasciati influenzare in generale dalla musica anni ’60, solo che stavolta hanno fuso questa loro tendenza un po’ vintage con l’indie contemporaneo, quello un po’ più fresh che privilegia gli accordi jazzy per capirsi.
Il disco continua, si alternano momenti più malinconici come in The Narcissist, singolo di lancio del disco, e nel suo concludersi ci allieta con diverse ballate come Avalon o Far Away Island. Sul finire, “The Ballad of Darren” diviene sempre più rilassato e romantico, rappresentando in realtà una sorta di unicum nel discorso portato avanti dai Blur. Dunque, sì, i nostri sono cambiati, sono cresciuti e hanno rivoluzionato il loro sound. Ma sono convinto che ogni fan che si rispetti debba mettere da parte tali questioni e soffermarsi su quello che è il lavoro musicale effettivo, a prescindere dalla retorica.
Il mio consiglio è quello di dare una chance a questo album e andare a vederli live, visto che proprio in questi giorni sono in tour. Io intanto rispolvero il mio lettore Mp3, inserisco le cuffiette e mi godo l’ultimo lavoro di questi ragazzacci.
