Oxbow – Love’s Holiday

Recensione del disco “Love’s Holiday” (Ipecac Recordings, 2023) degli Oxbow. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

Un salto quantico, ecco cosa divide “Fuckfest” da “Love’s Holiday”. Un altro mondo, un altro modo di raccontare l’amore, perché Eugene S. Robinson lo ha rimarcato, quelle degli Oxbow sono canzoni d’amore. Un cuore può essere avvelenato e sanguinare ma resta pur sempre un cuore in grado di amare, anche quando rigurgita liquame nero accompagnato da un frastuono assordante, malato, squagliato come plastica attaccata da un cannello in modalità Monte Fato.

Il cammino intrapreso della band di Niko Wenner e Robinson a partire dalla fine degli anni ’80 è stato tortuoso, poco virtuoso, sicuramente più oscuro e marcio di quello di tanti altri, ma di certo in ottima compagnia, ché gli anni caldi del noise rock erano fucina di mostri di tutte le tipologie e dimensioni. Se però gli Oxbow erano diversi allora, lontani anni luce da tanti loro colleghi, un pianeta appena al di fuori di una galassia in cui il movimento era psicosi, oggi rimarcano la distanza tra loro e gli altri. Del resto già “Thin Black Duke” (arrivato dopo dieci lunghi anni di silenzio assoluto, tanti lo distanziavano da quel capolavoro assoluto che era “The Narcotic Story”, roba che sgomitava con il Nick Cave più ispirato più che coi Jesus Lizard, se mai ci fosse bisogno di ribadirlo) aveva segnato un cambiamento organico nell’organizzazione di un rumore diventato via via più ordinato ma non meno incisivo. Una classe arty si inseriva nel caos, una classe che ora torna ulteriormente evoluta.

Ballate che stringono il cuore in una morsa come Million Dollar Weekend (con gli archi che decollano dal primo aeroporto abbandonato che trovate dietro l’angolo), All Gone e 1000 Hours rievocano l’odore intenso di certe metropoli dopo la pioggia, i rumori passati sono attutiti, non addomesticati né addormentati, bensì racchiusi in uno scrigno, tenuti da conto per altre occasioni. Il coro che incornicia la prima la rende ancor più morbida, quasi fosse velluto posato sul cemento, e mentre il pianoforte plana, la chitarra strappa sulla voce straziante di Robinson. Gli afrori acustici di The Night the Room Started Burning che salgono verso l’alto, innalzando l’animo, carezzevoli come un incubo che avviluppa tra le sue spire d’ombra non tolgono di certo respiro a certe incursioni nell’antica ferocia, che siano lente e laceranti come The Second Talk o imballate dello spirito noise-punk demoniaco che permea Icy White & Cristalline e la debilitante Dead Ahead

Tutte perle opache che formano un unico collier da mettere in mostra durante l’apocalisse. È valsa la pena aspettare tanto tempo.