Spiritual Front – The Queen Is Not Dead
Recensione del disco “The Queen Is Not Dead” (Prophecy Production, 2023) degli Spiritual Front. A cura di Maria Macchia.
La Regina non è morta? Il dubbio è legittimo, dato che l’immagine di Elisabetta II, la sovrana più iconica e longeva del Novecento (e del primo ventennio degli anni Duemila) sarà per sempre impressa nelle menti e nei cuori di molti. Nel bene e nel male, si intende: perché “Lilibeth” non è stata solo una figura mediatica che ha riempito telegiornali e tabloid e che è stata riprodotta su innumerevoli gadget e souvenir, ma è anche colei sotto il cui regno ha governato Margaret Thatcher, una dei PM più odiati della storia inglese. Chi, come la scrivente, ha vissuto gli anni Ottanta ricorda bene gli eventi che travolsero la società britannica in quel periodo: la guerra delle Falkland, la crescita della disoccupazione, i tagli alla spesa pubblica, lo sciopero dei minatori e il malcontento di larghe fasce della popolazione. Lo stesso malcontento che serpeggia nell’album universalmente riconosciuto come il più riuscito degli Smiths, “The Queen Is Dead”, che non nasconde, fin dal titolo, sentimenti di insofferenza antimonarchica, mentre l’artwork che ritrae Alain Delon privo di vita in un fotogramma del film “Il ribelle di Algeri” è sicuramente una delle copertine più memorabili tra quelle del quartetto di Manchester.
Ma torniamo ad oggi. La Regina è davvero morta, lo scorso 8 settembre, e non c’è nulla da fare. La musica degli Smiths, invece, è viva e vegeta, è uno degli esempi più fulgidi ed emblematici di quella che è stata la scena indie-pop degli Eighties e costituisce uno degli elementi più influenti su cui musicisti di ogni nazionalità si sono formati – gli arpeggi chitarristici di Johnny Marr e i contributi del compianto bassista Andy Rourke e del batterista Mike Joyce hanno fatto scuola – mentre innumerevoli adolescenti si sono immedesimati nell’inquieta, sublime, cristallina perfezione delle liriche di Morrissey, per non parlare delle qualità vocali di quest’ultimo, espresse al meglio forse proprio in “The Queen Is Dead”.
Una lunga introduzione per arrivare al fatto che la band mancuniana rappresenta un modello da seguire, o comunque un presupposto imprescindibile, per molti gruppi, e gli Spiritual Front non fanno eccezione. Al punto di aver dedicato un intero disco, il loro ottavo full-length in studio, alle loro canzoni preferite degli Smiths. E il titolo dell’operazione discografica è “The Queen Is Not Dead”, quindi il cerchio si chiude. L’artwork dell’album riproduce fedelmente quello dell’illustre antecedente del 1986, ma la negazione inserita nel titolo vuole ribadire che le composizioni di Morrissey & soci sono immortali o che, magari, lo stato d’animo che le ispirò persiste a distanza di quasi quarant’anni, anche in chi non è vissuto a Manchester o nel Regno Unito. Il bel volto di Alain Delon, invece, si è trasformato (nella rielaborazione di Riccardo Beson) in un inquietante teschio, quasi a voler contraddire l’affermazione. Un “memento mori”, un’allusione alla transitorietà della vita, un auspicio della scomparsa della monarchia britannica o, semplicemente, una concessione alla fascinazione per l’iconografia del macabro che pervade l’immaginario di Simone Salvatori, fondatore della formazione capitolina che si fregia dell’etichetta di “suicide pop” attribuita alla propria produzione.
Come ha spiegato il frontman, l’album vuole essere un omaggio “ai leggendari inni di indiscutibile bellezza di Morrissey e Johnny Marr” che hanno costituito la colonna sonora della sua vita e dei suoi compagni di avventura: un tributo rigoroso e rispettoso delle versioni originali, ma nel contempo personale e coerente con la visione artistica degli Spiritual Front. Ricordiamo che, nato nel 1999 come progetto solista di Salvatori, il gruppo è partito da un neofolk oscuro e sperimentale al quale si sono via via aggiunti elementi neoclassici, di country, rock e persino di tango. I temi affrontati nelle loro liriche sono per lo più la ricerca dell’identità personale e dell’autenticità, l’esplorazione della sfera sessuale e lo scontro dell’individuo con la realtà esterna, spesso ammantati di nichilismo e sarcasmo. Profonda, dunque, è l’affinità con le atmosfere create da Morrissey&Marr; i brani degli Smiths sono, inoltre, parte fondamentale del bagaglio musicale degli SF, che hanno dedicato interi concerti al repertorio dei loro beniamini. Da qui a registrarli durante le pause tra un tour e l’altro, il passo è stato breve.
Nell’ottica di rispecchiare il mood e lo stile delle quindici tracce prescelte, ma allargandone nel contempo gli orizzonti, la band romana è stata affiancata da numerosi ospiti, che hanno arricchito il lavoro con timbri e sonorità non presenti negli album del quartetto britannico. Così Salvatori & compagni, vale a dire il chitarrista Francesco Conte e Andrea Freda alla batteria coadiuvati dal bassista Daniele Raggi, si sono avvalsi della presenza di un sestetto d’archi (quattro violini, viola e violoncello) e del cornista Rino Pecorelli, oltre che di un folto gruppo di collaboratori. Meritano una citazione, tra gli questi ultimi, la cantautrice Durga McBroom, già corista nei Pink Floyd nonché componente dei Blue Pearl, Filippo Marcheggiani, attuale chitarrista del Banco, Jairo Zavala (Calexico, virtuoso della pedal steel guitar) e Riccardo Spilli, percussionista e batterista nella storica formazione Il Balletto di Bronzo. Se ambizioso è il progetto, altrettanto articolata è l’offerta di supporti fonografici previsti: “The Queen Is Not Dead” sarà infatti disponibile come artbook (2CD) con copertina rigida di 48 pagine, in gatefold con vinile verde chiaro (2LP più un 7″), in gatefold con vinile verde marmo (2LP più un 7″), in gatefold con vinile nero (sempre 2LP più 7″) e come CD digipack.
La setlist di “The Queen Is Not Dead” si configura come un “best of” della produzione degli Smiths, ed ecco dunque Still Ill e What Difference Does It Make? dal loro eponimo album d’esordio, una sola traccia da “Meat Is Murder”, ben quattro da “The Queen Is Dead” e una da “Strangeways, Here We Come”, più una serie di singoli, tra i quali le immancabili This Charming Man, How Soon Is Now, Ask. Ma “la domanda sorge spontanea”: è possibile eguagliare i “Fantastici Quattro” che, senza musicisti aggiuntivi, erano in grado di creare impasti vocali, armonici e melodici pressoché perfetti?
Indubbiamente il tappeto sonoro concepito dalla formazione romana, intessuto di trame fornite da strumentisti di talento, è estremamente curato, soffice o ruvido quanto basta a seconda delle circostanze. Prendiamo, come esempio emblematico, There Is a Light That Never Goes Out, combinazione tra uno dei testi migliori mai scritti da Morrissey e un equilibrio eccellente tra le parti strumentali, dove il sintetizzatore di Marr riesce a creare effetti di grande suggestione. Nella versione degli Spiritual Front gli archi (veri, non “sintetici”) e la slide guitar rivestono, insieme agli altri timbri, le strofe in maniera ineccepibile. Ma, al tempo stesso, si ha la sensazione che un tale dispiego di forze, per quanto competente e articolato, non sia “strettamente necessario”. Lo stesso dicasi per How Soon Is Now: gli apporti di archi, corno, slide sono elementi che arricchiscono, certamente impreziosiscono il brano, gli conferiscono peculiarità, ma al tempo stesso gli sottraggono l’epica essenzialità che lo caratterizzava e attenuano la componente ossessiva che rinforzava la disperata solitudine dell’io lirico.
Quanto alla vocalità di Salvatori, essa, pur ragguardevole, è differente da quella di “Moz”, che si contraddistingueva per la sua inarrivabile versatilità, esprimendosi al meglio tanto nei vocalizzi quasi da aria operistica che nel salmodiare degno di un officiante del culto. E così Panic perde, sia pur leggermente, il suo carattere di invettiva: si addolcisce, per così dire, grazie al sottofondo di violini, ma anche per via del cantato in cui si percepisce un’acredine minore rispetto all’originale. Bella, comunque, la soluzione che chiude il brano, diversamente dalla traccia del 1987 che terminava con uno sfumato. Non perde di vigore, tutto sommato, Bigmouth Strikes Again, primo singolo estratto dall’album, in cui spicca il contributo chitarristico di Zavala, mentre gli archi e i cori di McBroom sottolineano l’urgenza espressiva del testo. Girlfriend in a Coma assume un andamento più marcatamente in levare e i delicati tocchi di xilofono di Galati enfatizzano il senso di straniamento che pervade un pezzo che, di fatto, è una canzone d’amore “sui generis”, che infrange i luoghi comuni in modo un po’ dissacrante. Efficace What Difference Does It Make con il pregevole apporto di slide di Marcheggiani nella seconda parte; la traccia, però, si conclude in maniera un po’ “spectoriana”, con un ricchissimo arrangiamento dall’effetto “Wall of Sound” un po’ eccessivo. Arrabbiata quanto basta la chiusura, con The Queen Is Dead, necessaria e profetica perché sembra scritta l’anno scorso e non 37 anni fa: nel 2023, la Regina è “finalmente” morta, e i sentimenti di sdegno di una parte della popolazione espressi all’epoca da Morrissey in qualità di fustigatore della morale, delle convenzioni e delle istituzioni vengono resi dagli SF con una performance decisamente all’altezza della situazione.
“The Queen Is Not Dead” è un progetto di ampio respiro, di notevole spessore e di ottima fattura a cui le eccellenti maestranze che hanno partecipato hanno conferito un’innegabile qualità. Sorge il dubbio, tuttavia, che azzardare soluzioni più “estreme”, meno fedeli agli originali, fosse un’idea da tenere in considerazione. Forse Salvatori e i suoi prestigiosi collaboratori avrebbero potuto cimentarsi in riletture più audaci, ma probabilmente il timore reverenziale nei confronti di Morrissey&Marr non invitava a discostarsi da composizioni esemplari come quelle prescelte, rispetto alle quali trovare soluzioni alternative poteva risultare un po’ rischioso.
Il risultato finale è, dunque, una lunga dichiarazione d’amore agli Smiths, interpretata con talento, impegno e passione dagli Spiritual Front. Che susciterà, probabilmente, negli ascoltatori l’irrefrenabile desiderio di ripercorrere all’infinito la discografia di uno dei gruppi della scena britannica più significativi di sempre.
