Django Django – Off Planet
Recensione del disco “Off Planet” (Because Music/Ribbon Music, 2023) dei Django Django. A cura di Paolo Esposito.
Dopo un inizio promettente e un successivo calo, del tutto fisiologico, i britannici Django Django nel 2021 hanno messo a segno il miglior colpo della loro carriera pubblicando “Glowing in the Dark”, una gustosa miscela di indie pop, colpi duri e psichedelìa a fiumi. Trattavasi di un disco lungo (13 tracce, alcune anche di durata consistente), corposo e ben articolato, dove la band capitanata da David Maclean aveva dato prova di una maturità artistica finalmente in via di definizione. A distanza di due anni eccone l’erede designato, “Off Planet”. La volontà di affrancarsi dalla condizione esistenziale contemporanea alla ricerca di nuovi e migliori mondi, cantata e suonata nel lavoro precedente, sfocia in un viaggio interstellare pieno zeppo di ospiti e riferimenti musicali.
Parliamo di un disco mastodontico, per dimensioni e interpreti. Le 21 tracce sono state – per motivi commerciali – divise in quattro EP. Ogni mini ciclo rappresenta un diverso pianeta, una precisa sequenza per ogni membro della band. Poi tutti insieme diventano una cosa sola e vanno alla ricerca degli abitanti più adatti al singolo ecosistema: nascono così quasi altrettante collaborazioni con artisti giovani e affini al quartetto britannico.
Vista la durata, è giusto il caso di fare un po’ di riscaldamento: Wishbone, con la sua cassa, i suoni elettronici e un conciliante cinguettio di sottofondo, inizia a registrare le frequenze, anticipando degnamente ciò che si ascolterà in seguito. Il primo punto di rottura avviene già con Complete Me, dal gusto pop-dance di inizio anni ’90 condito dall’adattissima voce di Rebecca Lucy Taylor, aka Self Esteem. La strumentale Osaka, dal canto suo, sfoggia un elegante sax a corredo. I canoni del rap sono rimarcati in Hands High, pezzo che si avvale della collaborazione del dj francese Refound e al quale segue idealmente quella di Don’t Touch that Dial con la rapper giapponese Yuuko. La successiva Back 2 Back, nella quale spicca la meravigliosa voce di Patience, sembra quasi una versione dance della precedente. Un crescendo elettronico avvolge poi le nostre orecchie con Lunar Vibrations, con ipnotiche vibrazioni generate dall’ugola di Isabelle Woodhouse.
A questo punto i Django si prendono una pausa dalle frequentazioni di studio, proponendo un trittico self-made composto dalla strumentale Squid Inc e dalle successive Come Down e Golden Cross. Sulla stessa falsariga danzereccia si muove con disinvoltura No Time, in duetto con Jack Peñate, dal quale i quattro sembrano staccarsi in modo quasi naturale nel proporre A New Way Through, salvo poi chiamare in pedana Toya Delazy e scatenarsi di nuovo in compagnia con Galaxy Mood.
La più riflessiva The Oh Zone apre un piccolo ciclo in cui si riprende il fiato, un dittico chiuso con Dead Machine, che vede la partecipazione di Stealing Sheep. Prima dell’ultimo duetto c’è ancora una tripletta in solitaria, un mini viaggio introspettivo agli albori della dance elettronica di chiaro stampo ottantino, un tridente formato da Dumdrum, Fluxus e Slipstream. L’ultimo incontro “Off Planet” lo propone con Who You Know, in compagnia della profonda voce di Bernardo. A chiudere, i ritmi tribali di Black Cadillac e la parsonsiana Gazelle.
Nulla da dire sul fatto che “Off Planet” sia un discone, ma attenzione ad usare gli accrescitivi. La sostanza è davvero tantissima tra idee, musica e (ovviamente) collaborazioni. Tuttavia è giusto stabilire un confine tra quantità e qualità. Partiamo col ritenere azzeccata la scelta di confezionamento divisa in parti – o pianeti, o come preferite – in quanto il rischio nell’incidere 21 pezzi è sempre quello di generare un mischione confusionario e senza molto senso. Diciamo anche che se l’ascolto viene anch’esso diviso, i quattro mini-lavori risultano essere compatti e funzionali a un determinato stato d’animo: da questo punto di vista è indovinata la scelta di “personificare” i singoli mondi.
Ciò che non convince fino in fondo è l’insieme, cioè far digerire tutto il lavoro in una volta sola. Dividiamo idealmente le tracce in quattro sezioni, il risultato è qualcosa tipo 5 brani a testa: ebbene, se ci concediamo il lusso di considerarne riempitivo uno per parte va da sé che questo disco ha almeno cinque incisioni francamente evitabili. Bisognava tener conto di un più che probabile effetto stanchezza da parte dell’ascoltatore, la versione completa avrebbe meritato una piccola scrematura.
