Sufjan Stevens – Reflections

Recensione del disco “Reflections” (Asthmatic Kitty, 2023) di Sufjan Stevens. A cura di Angela Denise Laudato.

Da ben due decenni il prodigio musicale Sufjan Stevens stupisce positivamente fan e critici. Artista poliedrico, si destreggia tra pop, barocco, indie folk ed elettronica, abitando uno spazio musicale tutto suo che gli permette di indagare forme, temi e avventure musicali sempre nuove. Portano la sua firma album indie tradizionali, sperimentazioni techno, colonne sonore pluripremiate (una tra tutte la delicata Mystery of Love per il film “Call Me By Your Name”) e temi strumentali.

Certo, se pensiamo ai suoi lavori più noti, “Reflections” potrebbe sembrare quasi una mosca bianca nella sua discografia. Tuttavia, la nuova opera di Sufjan riesce ad essere audace e creativa al contempo, a tratti forse meno spettacolare e ipnotizzante rispetto ai suoi vecchi album. Il quindicesimo LP di Stevens non presenta nessuna parte cantata o suonata da lui, eppure la sua presenza si fa sentire comunque. L’album è la registrazione strumentale della partitura scritta in collaborazione con il coreografo Justin Peck, per lo Houston Ballet, esibitosi nel 2019. Gli interpreti dei sette brevi movimenti sono i pianisti Timo Andres e Conor Hanick.

Sette tracce sofisticate, elaborate e fluide; sette composizioni giocose, dinamiche e brillanti. Le note accompagnano i corpi e i loro movimenti nello spazio, in una fusione di energia, luce e dualità. Ogni brano ha qualcosa di particolare che gli permette di respirare ed esplorare parte di quella emotività grezza costantemente presente in ogni lavoro di Sufjan. È facile inciampare tra le influenze di Debussy, Stravinsky e Philip Glass, in quello che ha tutti i tratti di un ombroso virtuosismo.

“Reflections” si apre con un sibilo di pianoforte: Ekstasis suona maestosa, veloce e vivace. Le note si susseguono imprevedibili e piene di vita. La parola greca posta come titolo palesa il suo intento di visione mistica e interiore. Dai toni decisamente meno classicheggianti, la successiva Revanche con le sue fragorose percussioni. Euphoros è la parola greca per salute e felicità. Il brano che ne porta il nome non poteva che essere rumoroso, chiassoso, audace.

La traccia centrale Mnemosyne (nella mitologia greca il nome rimanda sia alla titanide a cui è affidato il potere della memoria e del ricordo, sia ad una delle due fonti poste all’ingresso degl’Inferi, a cui era necessario bere per accedere nel regno del dio Ade, Lete e Mnemosine, rispettivamente fiume dell’oblio e fiume della memoria) suona calda e gentile, come fosse pioggia d’estate. A mio parere la traccia più Sufjan Stevens dell’album! Sembra quasi di riuscire a sentire la sua voce cantarci sopra versi malinconici e vulnerabili.

Rodinia è un pezzo avvincente, caotico ed emotivo. I toni rallentano e si riprende a respirare con Reflexion, traccia più breve del disco. Ascoltandola si viene abbracciati da sonorità avvolgenti che ispirano l’immagine malinconica della luce dei raggi del sole che giocano tra le foglie degli alberi. In chiusura una traccia dal titolo lungo ed evocativo, And I Shall Come To You Like a Stormtrooper in Drag Serving Imperial Realness. Traccia più lunga del disco, giocosa ed energica; una sintesi tra diversi movimenti minori che accelerano per poi svanire in un delicato impulso finale.

“Reflections” è un’interessante aggiunta alla variegata discografia di Sufjan Steven, il quale, indipendentemente dal genere, dimostra di saper produrre contenuti interessanti e degni di nota. Forse non avrà le caratteristiche dell’album che molti fan aspettavano, ma resta la riuscita opera di un artista caleidoscopico, proprio come l’immagine posta in copertina curata da Jessica Slaven. E dopo averlo ascoltato, la vera domanda resta: c’è un genere in cui Sufjan non eccella? Direi che la risposta è decisamente no.