Cornelius – Dream in Dream
Recensione del disco “Dream in Dream” (Warner Music, 2023) di Cornelius. A cura di Simone Grazzi.
Una nebbia vaporosa. Il lampeggiare di un semaforo. Un gruppo di adolescenti che se ne torna a casa dopo una notte passata tra discoteche, quelle poche sopravvissute, e fumosi bar aperti all’alba. La condensa di un mattino d’inverno che bagna i vetri di un’auto parcheggiata leggermente fuori le strisce. Il rumore della metro in lontananza. Una strada vuota che lentamente inizia a riempirsi di gente avvolta nei propri cappotti. Ognuno perso nei propri pensieri.
Correlato da titoli di testa color giallo pallido, tutto quanto appena descritto potrebbe essere l’inizio di un film ambientato ad Harajuku, quartiere alla moda di Tokyo ed accompagnato, ovviamente, dalle musiche di “Dream in Dream”, settimo album della discografia da solista di Keigo Oyamada, aka Cornelius, che l’enciclopedia più bazzicata del web indica come musicista, compositore, dj e produttore discografico giapponese. Tutto vero! Nulla da contestare. Ma alzi la mano chi crede che questo Beck del Sol Levante meriti qualche fiume di parole in più! Io ho la mano ben alzata.
7 album che sono solo la punta di un iceberg che sotto la linea dell’acqua nasconde un groviglio di collaborazioni, colonne sonore, sperimentazioni note e meno note e produzioni che si perdono nelle righe di qualche biografia impegnata a cercar di raccoglierle e catalogarle tutte. Impresa improba. Non impossibile, ma decisamente ostica.
A 6 anni dal precedente album “Mellow Waves” del 2017, questo nuovo lavoro ne sembra seguire una certa continuità di linguaggio. Elegante glitch-pop, improvvisi asintoti math e neo-psichedelia meditativa dai colori glossy. La sensazione è che il sound abbia risentito di un certa influenza vaporwave che ha asciugato ancor di più certi passaggi strumentali, ma la sensazione è che “Dream in Dream” non abbia la volontà di essere nè un album di rottura con il passato nè di apertura verso nuovi orizzonti di ricerca musicale. I livelli di stilosità sono ancora una volta posizionati a quote elevate, le novità non sono molte, ma ci va bene anche così. Nessun particolare colpo di genio sembra balenare tra le pieghe di queste 10 nuove tracce, ma è anche la persistente qualità di ogni proposta di Keigo, il genio stesso che caratterizza ogni suo lavoro.
L’inizio non è memorabile e la prima canzone che mi fa volgere lo sguardo verso le casse che stanno riproducendo il disco arriva solo dopo le prime due tracce. TOO PURE è il primo vero momento di “Dream in Dream” che cattura la mia attenzione. 3’30” di melodia strumentale malinconica, rilassata, che se ne scivola via delicata come una carezza su una guancia. Out of Time prosegue nel mood di lieve palpabile pacatezza eterea. Torna la voce, ma è un semplice contrappunto alle note che punzecchiano qua e la la linea melodica del pezzo. Gli spazi si dilatano in stanze infinite senza soluzione di continuità. Inizio a perdermi. Ed è senza dubbio un perdersi piacevole.
Environmental è uno dei momenti più densamente vaporosi del disco. Curve sintetiche seguite da freeway infinite che si perdono nel sole di un tramonto come nella più classica delle estetiche retrowave. NIGHT HERON è profonda notte glitch passata a chattare con intelligenze artificiali mentre Mirage e soprattutto DRIFTS sono un dolce risveglio synthwave tra le luci di un alba che si solleva nel cielo. Dream in the Mist è vaporwave ambient lisergica che ti solleva dal suolo e che dopo quasi 7 lunghi, ma magici minuti, ti accompagna verso la conclusione di questo nuovo disco. Un viaggio che si conclude nei suoni pop e sbarazzini, ma sempre eleganti di All Things Must Pass.
Nel frattempo la rugiada del mattino si è dissolta, le luci dei semafori si alternano adesso tra rosso, giallo e verde e quegli adolescenti intravisti all’inizio della nostra storia stanno per svegliarsi e per trascorrere di nuovo ancora tutti assieme, ma ognuno perso nei propri pensieri, una nuova notte immersa in tinte di luci porpora, blue tenue e giallo pallido.
