Sevendust – Truth Killer

Recensione del disco “Truth Killer” (Napalm Records, 2023) dei Sevendust. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

Negli ultimi tempi non ho avuto pietà alcuna per coloro che furono parte della grande ondata nu metal di inizio Millennio, ché tanta fu la spinta (nel bene e nel male) di queste band così come il tonfo inesorabile col passare degli anni. Un tonfo cui è seguito un buco nel pavimento che ha portato il movimento tutto a inabissarsi senza possibilità di riscatto, salvo rarissimi casi. Forse uno di questi sono i Sevendust.

Probabilmente è sempre stata la voce di Lajon Witherspoon a fare la differenza, facendo sì che la band si attestasse come unica a poter occupare il posto su cui sedevano i Living Colour un paio di decenni prima, complice la capacità di introiettare dosi estreme di soulness in staffilate nu imballate di chitarroni. Pare essere così ancora oggi. Badate bene, nulla è cambiato e non siamo al cospetto di un nuovo “Home” o “Animosity”, punte di diamante della band di Atlanta, ma sicuramente il passo è diverso rispetto ai propri colleghi e finanche a sé stessi. Il passo di “Truth Killer” è chiaramente diverso dal resto.

Iniziare un album di questo genere con un brano electro soul come I Might Let the Devil Win (e uno pure soulful al pari di Superficial Drug piazzato più avanti in scaletta), cambia le cose, rendendo il resto un gradino più in alto. Ogni ritornello da lì in poi si imprime a fuoco in testa, Witherspoon è in forma smagliante, innalza la scrittura a livelli altri, scandaglia l’anima con voce piena, e se i dreadlock sono incanutiti le corde vocali smalto non ne hanno perso nemmeno un po’. La rabbia si tinge di colori diversi, non è tanto assalto frontale quanto un lavoro ai fianchi, l’elettronica e le pulsioni sintetiche fanno da contraltare all’elettricità, che sia nella soffice opener o in trapani alt metal come No Revolution (la cui disperazione prende forma in poche righe: “There’s no change/There’s no faith/’There’s no resolution’/There’s no love/There’s no hate/There’s no revolution”, cioè, non è più questione che venga ripresa dalle telecamere o meno e mandata in onda in TV, no, proprio non c’è più) e Sick Mouth, forse ancor più feroce e toccante o Fence, feroce e basta, una belva che morde alla giugulare.

Se parliamo di animi smossi, Holy Water sarebbe stato il singolo più “heavyrotato” da MTV in quegli anni, con quel chorus devastante e Leave Hell Behind la sua gemella, con gli elementi della opener interpolati a ritmiche più spinte e grida diaboliche, bilanciate da Messenger, ballad strappacuore ad alto gradiente emotivo (“We’re just the passengers/Living our arrogant lives/For all we now/Selfish and cynical/Killing the messenger/It’s all that we know”, sì).

Se siete arrivati in fondo è perché anche voi credete che in quel vecchio nu ci sia ancora un cuore che pulsa, seppur flebilmente.