Anohni And The Johnsons – My Back Was a Bridge for You to Cross

Se la musica Blues è il canto della sofferenza dei lavoratori afroamericani costretti nella loro classe sociale, il Soul è indubbiamente quella rivolta al proprio io. Lo spasimo dell’anima, che si tratti d’amore, incomprensione, sottomissione o voglia di rivalsa dura da raggiungere. Una persona come Anohni che altra musica poteva utilizzare per trasmettere con noi […]

Se la musica Blues è il canto della sofferenza dei lavoratori afroamericani costretti nella loro classe sociale, il Soul è indubbiamente quella rivolta al proprio io. Lo spasimo dell’anima, che si tratti d’amore, incomprensione, sottomissione o voglia di rivalsa dura da raggiungere. Una persona come Anohni che altra musica poteva utilizzare per trasmettere con noi ascoltatori?

Questo album creato in collaborazione con con il produttore Jimmy Hogarth, vede la presenza di musicisti come Leo Abrahams, Chris Vatalaro, Samuel Dixon e Rob Moose e fa indubbiamente riferimento alla comunità LGBTQ+, lo si capisce sia dalla copertina dedicata all`attivista americana Marsha P.Johnson – conosciuta come palese sostenitrice dei diritti dei gay, quale fu figura di spicco nella rivolta di Stonewall del 1969 tenutasi in risposta ad un violento raid della polizia che andò a colpire i punti di ritrovo della comunità LGBTQ+ di allora – ma pure dai testi, che trattano di perdita, senso di colpa, disuguaglianza, crudeltà ed abusi, della trasformazione ma anche dell’accettazione di sè. Sono dunque chiare le intenzioni di Anohni ed è in particolare con la canzone Scapegoat che si percepisce tutto questo dolore, tramite un arrangiamento sentimentalmente devastante fatto di vibrati vocali baritonali che hanno reso la cantante tanto famosa. Il testo non lascia dubbio alla tematica, ma nemmeno può frenare il pianto per i più sensibili o la pelle d’oca per chi invece regge meglio la botta emozionale:

You’re so killable
Just so killable
It’s not personal
It’s just the way you were born
And in this society
A scapegoat is all I can be
Oh, you’re so killable
I can say just what I want
I can use you like a toilet
I can punch you
And take all of my hate
Into your body
I can punch you
And take all of my hate
Into your body
Put here for me to loathe
Like an apple hanging on a tree
All I have to do is take it
All I have to do is want it
You’re so killable
Disappearable
This one we need not protect
This one’s a freebie for our guns
Take this one to a place
You’d better have your way
Take all of my hate
Into your body
Take all of my hate
Into your flesh and body
It doesn’t matter who you are
Or where you come from
It doesn’t matter what you’ve got to give
Or why you want to live
You’re my scapegoat
It’s not personal (it’s not personal)
You’re my scapegoat It’s not personal

Oltre a quanto scritto finora, definirei “My Back Was a Bridge for You to Cross” un omaggio ad artisti e musicisti che furono, alle loro sofferenze e alle dure conquiste ottenute, e sento tale tributo tramite varie citazioni strumentali e di arrangiamento percepibili nei brani, come si può ad esempio intuire con le parti rock-noise à la Hendrix in Go Ahead o nel palese richiamo a Marvin Gaye ma anche a Nina Simone in It Must Change, che fa da apertura dell’album.

Ritengo che “My Back Was a Bridge for You to Cross” sia da considerare un dono all’umanità tutta, perché nonostante ci si voglia soffermare più su temi specifici non esiste che ognuno di noi non abbia mai patito per almeno una delle cose narrate dalla cantante e i suoi musicisti. In qualche modo, non è forse la sofferenza che ci rende tutti uguali dandoci una dimensione umana? Non è forse la nostra battaglia più grande viverla e riuscire ad espiarla o renderla parte di noi?

Anohni ci ha provato, ci è riuscita ed ha abbracciato con fare consolatorio tutti noi che l’ascolteremo.