Daniela Pes – Spira
Recensione del disco “Spira” (Tanca Records / Trovarobato, 2023) di Daniela Pes. A cura di Fabio Gallato.
Ci ho messo un po’ ad entrare in questo disco, ammetto che il cantato in una lingua che è un misto di gallurese, italiano e fonemi inventati – e l’atmosfera generalmente enigmatica mi sono apparse un ostacolo che non mi sentivo di saltare o di aggirare, soprattutto in un momento in cui con la musica italiana non ho un rapporto facilissimo. Eppure “Spira”, opera prima di Daniela Pes, alla fine ha vinto ogni resistenza. Il disco d’esordio dell’artista sarda, prodotto dalla Tanca Records di Iosonouncane e Trovarobato, è uno di quei lavori che in un panorama stanco e timoroso, com’è oggi quello italiano, spicca e brilla d’una luce che non si può ignorare.
La sensazione è quella di un disco che è al tempo stesso universale e fortemente piantato nelle radici più profonde del territorio da cui prende vita ed energia: con le dovute proporzioni, Daniela Pes rimette in pratica un’operazione riconducibile a quella dei Sigur Rós. Ma se gli islandesi sono maestri nell’accumulare strati su strati di suoni ed emozioni in un’entità unitaria e coerente, l’artista sarda opera invece per sottrazione, squarciando l’elettronica scura e rarefatta delle sue composizioni proprio con l’utilizzo magistrale della voce, che è in certi frangenti strumento di contorno, in altri assoluta protagonista. Le doti vocali della Pes sono indubitabili, ma è il modo e l’attitudine nello sperimentare che ne fanno di fatto un unicum da queste parti.
“Spira” ondeggia tra esoterismo e ritualità, mistero e rivelazione, fascino primitivo e passione per l’ignoto, tradizione e modernità. È un disco che mostra il fianco ad una certa iteratività, ma la produzione – quella dello stesso Iacopo Incani che non lesina quanto a silenzi e scrosci inaspettati – e una cifra stilistica già ben riconoscibile fin dai primi istanti non ne fanno un difetto. Daniela Pes è abile e coraggiosa nel piantare i piedi tra usi e costumi perduti e lanciare contemporaneamente lo sguardo verso mondi inesplorati invitando l’ascoltatore ad un notevole esercizio di immaginazione che lo porterà a volteggiare in un vortice ora di estrema solitudine ora di calorosa comunanza.
Brani come Carme o Arca – opposti per costruzione, suggestione e utilizzo della voce, ma paradigmatici del lavoro dell’artista sarda – non hanno nulla da invidiare a quante e quanti nel panorama musicale odierno si stanno impegnando nel fondere musica, misticismo e dimensione esoterica, nei fatti ormai non più una novità, ma la personalità con cui Daniela Pes ha portato a termine questo suo disco d’esordio, coerente e compiuto, ne fa un’artista che potrebbe incarnare un certo cambiamento nel modo di fare e di pensare la musica italiana.
