Teenage Wrist – Still Love
Recensione del disco “Still Love” (Epitaph, 2023) dei Teenage Wrist. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Da qualche tempo a questa parte Epitaph non è più un’etichetta tanto affidabile, o meglio, per trovare l’oro in mezzo a tanta paccottiglia trap si fa seriamente fatica. Il problema non è, ovviamente, la trap in sé e per sé come genere, perché di trap buona ce n’è quanta ne volete (prendete un disco qualunque di Denzel Curry, le influenze di Danny Brown, qualcosa dei nuovi H09909 e via discorrendo) ma è proprio il livello artistico dell’etichetta fondata da Brett Gurewitz a essere caduto in picchiata, anche e oltre questo genere tanto bistrattato.
Per scovare la perla bisogna scavare molto più a fondo di quanto non si facesse qualche anno fa, e comunque anche in quel caso i fan di lunga data della label californiana avrebbero da ridire, ormai abituati solo a un certo tipo di hardcore, ormai raro, poiché quand’anche in sua presenza, i nostri cari “boomer” si sono trovati spiazzati, colpevole il fatto che tutta una nuova ondata di band venga vista come “roba minore”, perché “prima era meglio”. Peccato che poi si incroci la strada di gruppi come i Teenage Wrist e tutto cambi, sempre che si abbia la giusta apertura mentale per affrontare il discorso.
Va da sé, il duo capitanato da Marshall Gallagher, non è qui per proporre proprio nulla di nuovo, anzi, va a rimestare in sensazioni ormai codificate da una trentina d’anni, dal grunge in poi, per capirci, finendo poi dritti nel marasma shoegaze che ha investito il mondo del rock guitar driven a partire dalla seconda metà dei Novanta in poi, ma ricalibra il tutto con suoni e attitudine anzitutto di alto livello e, cosa non meno importante, in chiave del tutto moderna. Il disagio che provavano gli artisti di quegli anni non è sparito, si è solo adattato ad altri momenti e per differenti motivi e diverse cause scatenanti. In questo caso il Covid ha giocato un ruolo non indifferente nella creazione di nuova musica e del veicolo attraverso cui è venuta al mondo.
Per i Teenage Wrist questo veicolo è il nuovo album “Still Love”, terzo in carriera, quindi non parliamo proprio di gente di primo pelo. Il disco è un concentrato di chitarroni post-hardcore che spazzano via tutto, trascinano e si lasciano trascinare, abrasivi e scottanti, con un senso di rabbia latente che tende ad esplodere in occasioni mirate, portando la voce di Gallagher ad abbandonare soluzioni di momentaneo stallo e spleen in favore di momenti più roventi e di rabbia incontrollata, per poi tornare a costeggiare la dolcezza del dolore interiore. Le ritmiche gestite da Anthony Salazar si fanno intricate il giusto e sono dosate con forza e precisione chirurgica, portando ogni brano a ebollizione anche quando è il morbido a far da padrone, cullati fino a un secondo prima si viene sballottati in una centrifuga feroce.
Ci sono poi tutte quei sentimenti figli delle schitarrate dei Far dei bei tempi che furono (ci sono cascato pure io, lo sapevo…) che pompano benzina nel bolide, accoppiati a lucori dolci e d’abbandono in piena regola a dare quella marcia in più necessaria a un disco per non finire nel dimenticatoio in quattro e quattr’otto. Melodicamente ineccepibile (quel sax languido su Sprawled mi fa impazzire), sentimentalmente perforante, che poi è il minimo sindacale per fare di un lavoro un ottimo lavoro, magari non un capolavoro ma sicuro non meritevole di essere ignorato in toto.
Dunque ok, i paragoni con i precursori -gaze potranno risultare improbi, ma i Teenage Wrist (e ci aggiungo anche i Blis., che però pare siano scomparsi dai radar) hanno tutti i numeri per essere la colonna sonora del malanimo di una generazione che non è più della nostra guardia di vecchio millennio, ma cazzo se ci sanno fare. Date loro una possibilità.
