Blonde Redhead – Sit Down for Dinner
Recensione del disco “Sit Down for Dinner” (Section 1/Partisan, 2023) dei Blonde Redhead. A cura di Piergiuseppe Lippolis.
Per celebrare i trent’anni dalla loro formazione e il ritorno dopo nove di silenzio, per proseguire quel percorso di ostinata ricerca e incessante sperimentazione, Kazu Makino e i fratelli Pace, Amedeo e Simone, meglio noti come i Blonde Redhead, ci invitano da loro, a cena, per condividere un momento che, per loro stessa ammissione, è un passaggio rituale con elementi di sacralità, molto più della banale consumazione di un pasto in compagnia.
Ecco, dunque, “Sit Down for Dinner”, un disco che già dal titolo rivela significati ben più profondi di quelli che ci si potrebbe immaginare e che trae ispirazione da “The Year of Magical Thinking” di Joan Didion, racconto dell’anno successivo alla morte del marito della scrittrice, John Gregory Dunne, avvenuta per arresto cardiaco durante una cena familiare. Ma non c’è nulla di macabro nel nuovo lavoro firmato Blonde Redhead: solo indagini e riflessioni dal vago afflato esistenzialista, in parte informate anche dalla paura della pandemia nei primi mesi del 2020, quando Kazu Makino si trovava lontana dai genitori che vivono in Giappone. Si spiega anche così, dunque, la scelta del nome: da un lato l’importanza della convivialità in parte dovuta a fattori culturali per i gemelli italiani, dall’altro l’accento posto sulle difficoltà di una lontananza forzata dalla famiglia, mentre nel mezzo c’è anche, inevitabilmente, l’aspetto della band, del trio.
Gli undici brani di “Sit Down for Dinner” sono stati scritti e registrati nell’arco di un lustro, tra New York, Milano e la Toscana e danno la sensazione, almeno sulla lunga distanza, di essere una specie di summa di molte delle cose che i Blonde Redhead sono stati e hanno rappresentato nella loro lunga parabola artistica, ma anche, in parte, di evoluzione pienamente naturale. Pur essendo sempre rimasti nell’orbita di un rock raffinato e personale, il trio ha attraversato noise e indie rock, shoegaze e dream pop, sperimentazione e avanguardia, fino ad arrivare agli ultimi sviluppi, quelli di “Barragán”, che mostrava idee e spunti interessanti, ma senza riuscire a trovare la fluidità né la vena melodica necessaria a scaldare del tutto i cuori degli ascoltatori.
Ci riesce, invece, il nuovo “Sit Down for Dinner”, aperto dalle trame sincopate, dolci e gustosamente jangly di Snowman, con le voci melliflue di Kazu e Amedeo a intrecciarsi e il soffice tappeto percussivo disegnato da Simone a cullarne l’incedere, arricchito da elementi di musica brasiliana, e chiuso dalle luci soffuse e dal fluttuare leggero di Via Savona, che mette in fila i sospiri di Makino, descrivendo un piccolo manuale di dream pop dal gusto persino cinematografico.
Ma se, dicevamo, a “Barragán” era mancato qualcosa di realmente memorabile, ecco le sonorità avvolgenti di Kiss Her Kiss Her a portarci già una parte di quello che, probabilmente, avevamo davvero bisogno di ascoltare: il pezzo scivola con dolcezza, grazie ad architetture melodiche deliziose e un cantato che si integra nel contesto come nei giorni migliori, pur nel suo racconto di sogni tragici e sofferti. Anche nei passaggi potenzialmente più ostici, quelli che riflettono di più il mai sopito gusto sperimentale del trio, i Blonde Redhead stavolta indovinano pressoché tutto e, così, anche la voce che guarda agli Swingle Singers che rivisitano Bach a cappella (Rest of Her Life) assume un retrogusto agrodolce, leggermente psichedelico, e funziona bene.
L’introspezione di “Sit Down for Dinner” raggiunge il suo picco emotivo durante la titletrack, divisa in due parti: carezzevole e delicatissima la prima, pulsante e groovy la seconda, con una distorsione a fare da ponte ideale verso tonalità più astratte, ma ancora a fuoco, che precedono il passo cadenzato di uno dei momenti più intensi del disco: I Thought You Should Know è una riflessione amara in un brano che tende a incupirsi in maniera quasi impercettibile, finendo da qualche parte fra Jesus and Mary Chain e Galaxie 500.
In generale, comunque, “Sit Down for Dinner” mantiene standard qualitativi di una certa importanza, certificando ancora una volta la grande capacità del trio di sapersi reinventare per non essere mai troppo uguale a sé stesso, ma sempre conservando quella credibilità che non è mancata neanche nei passaggi meno brillanti. Questo album, però, ci ripropone i Blonde Redhead in una delle forme migliori, certamente la più alta dell’ultimo scampolo di carriera.
L’attesa, insomma, non è stata casuale: se sul piano musicale le traiettorie melodiche e armoniche riescono ad addolcire la naturale complessità della produzione del trio, sul piano della scrittura emergono tanti altri spunti, in un’indagine esistenziale che, alla fine, mostra spiragli di luce e un timido ottimismo di fondo. Permeato da un’urgenza creativa su cui non tutti avrebbero più scommesso, il nuovo album dei Blonde Redhead eleva e nobilita un normale momento di vita quotidiana e ci consegna l’intimità della band e la profondità delle sue elucubrazioni: declinare l’invito, allora, è davvero impossibile.



