Steven Wilson – The Harmony Codex

Recensione del disco “The Harmony Codex” (Virgin, 2023) di Steven Wilson. A cura di Giovanni Davoli.

Diavolo di uno Steven Wilson. Proprio quando sembrava che fosse diventato un poppettaro, seppur colto, e i suoi dischi hanno cominciato a entrare nelle Top 10, propinandoci canzoni dal gusto un po’ retrò ma comunque orecchiabili, ecco che rimescola le carte con  “The Harmony Codex”.

Non c’è un solo stile o genere che potrebbero definire questo ultimo album. E’  Steven Wilson stesso a dirlo: “quasi tutte le sue 10 tracce hanno un approccio musicale diverso.” L’artista sembra fare una sorta di riassunto dei suoi oltre 30 anni di carriera. Pur se sempre spingendosi un po’ avanti, da musicista “progressivo” e versatile qual è. Eccovi allora servito un attacco industrial alla Nine Inch Nails, con Inclination. Le successive portate includono il prog; sia in salsa classica (i suoi amati Pink Floyd risuonano forti e chiari in What Life Brings), che in stile Porcupine Tree (Beautiful Scarecrow). Non manca il momento ambient (The Harmony Codex) piuttosto che quello “Massive Attack” (Actual Brutal Facts).  Economies of Scale è art-pop elettronico e delizioso. Mentre il duetto con Ninet Tayeb, la cantante israeliana con un timbro di voce intenso e inconfondibile, marca una ballad molto “eigthies” (Rock Bottom). La partecipazione di grandi musicisti, tra cui vecchi sodali di Wilson come Adam Holzman alle tastiere e Craig Blundell nonché Pat Mastellotto dei King Crimson alla batteria, agevolano escursioni nella fusion (ad es. su Impossible Tightrope).

Insomma ce n’è abbastanza per spiazzare i vecchi fan hardcore che avevano dato alle fiamme la loro copia di “To the Bones” (2017) e sputato veleno alle prime note di “The Future Bites” (2021). Non potranno accusare Wilson di essere un venduto questa volta, almeno per quanto si sente in una buona metà del disco. Allo stesso tempo, orecchie meno sofisticate che avevano accolto il più recente corso musicale, potrebbero trovarsi a disagio di fronte a certe “suite” (come le chiamavano una volta) di 9-10 minuti, mentre apprezzeranno le tracce più brevi.

Un disco che scontenta tutti nel tentativo di accontentare tutti, da parte del solito Steven furbone? Il quale però sa bene che al giorno d’oggi gli album contano relativamente, sono gli ascolti dei singoli inseriti nelle playlist fatte dagli algoritmi a fare cassa. O più semplicemente, un disco maturo di un grande musicista che se ne frega delle etichette di genere, delle aspettative dei fan; un artista che ascolta e assorbe tutto e fa della versatilità la sua cifra di autore. Un artista innamorato di tutte le forme di musica e che, durante l’ultimo concerto romano dei Porcupine Tree tenutosi in Piazza Luciano Berio, non poteva credere che i fan locali non sapessero chi fosse il grande musicista italiano d’avanguardia. Per dirne una.

Magari tra qualche anno vorrò non averlo mai scritto e pubblicato. Ma sono pronto oggi a dire che nel suo fluttuare tra il commerciale e lo sperimentale, “The Harmony Codex” potrebbe essere il più bel disco solista di Steven Wilson. Il più maturo, il più versatile e quello, direi, più ispirato dall’inizio alla fine. Bella novità per un’artista che, per quanto grande e spesso visionario, non sempre riusciva a mantenere questo livello di concentrazione (per sé e per l’ascoltatore) lungo un intero album. 

P.s.: Raramente succede, ma nel caso di Steven Wilson non è una sorpresa: la versione Dolby Atmos è bellissima e va ascoltata.

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