Sufjan Stevens – Javelin
Recensione del disco “Javelin” (Asthmatic Kitty, 2023) di Sufjan Stevens. A cura di Angela Denise Laudato.
Uno dei cantautori più apprezzati torna con il suo “primo vero album da cantautore sin dai tempi di Carrie & Lowell“- almeno lui così dice. Sufjan Stevens pubblica per l’Asthmatic Kitty (l’etichetta indipendente fondata dallo stesso Stevens insieme al patrigno nel 1999) la sua nuova creatura, “Javelin”. Alte aspettative ne abbiamo? Tantissime. E come al solito, Sufjan non delude. Ritorna il folk polifonico, enigmatico e poetico, che da sempre contraddistingue lo stile del cantautore statunitense e che ha portato alla nascita di piccoli gioielli come Carrie & Lowell, Illinois e Mystery of Love.
“Javelin” è il primo LP in studio solista di Stevens da “The Ascension”, pubblicato nel 2020, e, come già detto, “his first true singer-songwriter album since Carrie & Lowell“. A oggi l’ultima pubblicazione discografica di Sufjan, infatti, risale all’autunno del 2021, in collaborazione con l’amico cantautore Angelo De Augustine. In “Javelin” sono presenti diversi amici e anche Bryce Dessner dei National, che partecipa al brano Shit Talk. La caotica copertina del disco è stata curata dallo stesso Stevens, il quale pubblicherà insieme al disco anche un piccolo libro di meno di cinquanta pagine contenente “a series of meticulous collages, cut-up catalog fantasies, puff-paint word clouds, iterative color fields 10 short essays by Sufjan”.
Dieci tracce che esplorano la vulnerabilità dell’animo umano, senza esclusione di colpi. Delicate, commoventi, eleganti. Confessioni aperte dei propri limiti e delle proprie insicurezze, le tracce si susseguono creando una sorta di climax emotivo instabile e transitorio, alla disperata ricerca di una via di fuga che però lascia spazio solo ad altre ombre e ad altre domande. Domande tanto oneste, quanto brutali. L’artista di Detroit scava nella sua intimità, e con essa in tutte quelle di chi lo ascolta.
Il viaggio inizia con Goodbye Evergreen. La voce appena soffiata di Sufjan abbracciata ai cori sembra diradare subito le nubi intorno a questa sorta di malinconico addio, puntellato dalle note del pianoforte: “I’m frightened of the end. I’m drowning in my self-defense”, sussurra finché un’esplosione liberatoria prende il sopravvento spezzando il brano in due. Segue la gioiosa A Running Start in cui, come nel brano Will Anybody Ever Love Me, la chitarra acustica gioca da protagonista, immergendoci in quelle atmosfere acustiche, intime e cantautorali a cui Sufjan ci ha da sempre abituato (e che ci piacciono tanto). La timbrica luminosa della sua voce contrasta con l’amarezza dei versi che poeticamente raccontano le vulnerabilità umane: “Will anybody ever love me? (Love me) / For good reasons / Without grievance, not for sport / Will anybody ever love me? (Love me) / In every season / Pledge allegiance to my heart / Pledge allegiance to my burning heart”. Senza dubbio uno dei pezzi più poetici del disco.
Con Everything That Rises si apre un trittico che sa di “sacralità”. Gli arrangiamenti presentano un approccio spirituale e rituale: cori e intervalli “gospel” celebrano l’armonia dell’universo e della vita: “Everything that rises must converge”. Sulla stessa sia Genuflecting Ghost e My Red Little Fox, toccante ballata, orchestrata con grazia.
So You Are Tired è una traccia brillante e vivida. Il cantautore raccoglie i cocci di una relazione ormai andata in pezzi: “I was a man indivisible / When everything else was broke”, canta Stevens e tra i suoni puoi intravedergli l’anima. Un trionfo di strumenti che si uniscono a mano mano che il brano procede: pianoforte, chitarre, archi si fondono ai cori e alla voce di Stevens, rincorrendosi con la grazia dei versi: “So rest your head / Turning back all that / We had in our life / While I return to death”. Come già anticipato, il brano Shit Talk ha visto la partecipazione della chitarra acustica di Bryce Dessner dei The National. Traccia decisamente interessante, si protrae per otto minuti di riflessione sulle contraddizioni tipiche della sofferenza amorosa che rende vulnerabili. Il lungo outro costringe quasi l’ascoltatore a riflettere sulle ultime parole pronunciate: “I will always love you. But I cannot live with you… Hold me tightly lest I fall”. Il disco si chiude con una cover di Neil Young, There’s a World, che ci invita ad avere fiducia verso il futuro.
“Javelin” è un viaggio introspettivo commovente, elegante e gentile, proprio come la voce del suo stesso autore. Sufjan Stevens è tornato con le sue melodie a comporre un altro dei suoi luminosi collage armonici, tra strumenti, voce e versi poetici. E nonostante gli infiniti dubbi, le incertezze e tutte le domande senza risposta, alla fine del viaggio si congeda da noi con un soffio leggero di speranza.



