Årabrot – Of Darkness and Light

Recensione del disco “Of Darkness and Light” (Pelagic Records, 2023) degli Årabrot. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

La carriera degli Årabrot da “The Gospel” a “Norwegian Gothic” ha forma di parabola ascendente. Passati da “semplice” band destinata al culto sludge di stampo melvisiano (“Solar Anus” per chi scrive resta il picco creativo di quella fase) a veri e propri alfieri del rock altro, una nuova matrice per un gruppo ormai in giro da ben 22 anni. È proprio con l’album del 2021 – ma ancor prima con l’ingresso in formazione di Karin Park – che il progetto di Kjetil Nernes ha preso velocità, lanciandosi nell’Altrove, pur restando coi piedi ben saldi nel sottosuolo.

Bissare un album come “Norwegian Gothic” però non è semplice, già solo per il “concept” che faceva da base al tutto, a partire persino dalla copertina e, come spesso accade, l’energia di lavori tanto pregni tende a spegnersi laddove la puntina si alza. Dicasi unicum, o come preferite, sono punti chiave al di là dei quali c’è solo oscurità. Non a caso il nuovo LP del duo è stato intitolato “Of Darkness and Light” e forse anche con un’oncia almeno di lungimiranza, dato che questo capitolo di storia non è nemmeno lontanamente paragonabile al suo predecessore.

Giustamente Nernes e Park la boa l’hanno ampiamente aggirata, evitando di ripercorrere una strada già abbondantemente esplorata, fanno un ulteriore balzo, sì, ma di lato. Non che questo costituisca poi un gran problema, nel 2023, anche considerando la penuria su larga scala di realtà che possano restare impresse e che tirino fuori dal cappello sonorità descrivibili come “innovative”, tanto vale lavorare sul materiale che epoche che hanno più cose alle spalle che davanti agli occhi hanno da offrire. È in questo modo che nascono brani come il singolo Horror of the Past, il cui demo si intitolava semplicemente “Beatles” e che proprio da Fab Four prende ogni elemento possibile, dai cori ai sintetizzatori melodici, dalle chitarre acustiche alla sezione ritmica scheletrica e a un ritornello spolverato di zucchero per dare vita a bagliori brit che pare siano tornati centrali nelle odierne “chart”, se ancora si può parlare di roba di ‘sto tipo. Decisamente meno britannico, volendo, l’altro brano apripista, You Cast Shadows, che a sentir loro è stato scritto per il nuovo album di Sebastian Bach (!!!) ma che, a ben ascoltare, è ovvio sia stato rigettato dal management dell’ex-Skid Row: batteria sabbatica, synth spooky, nenie halloweeniane. Come avrebbe potuto anche solo funzionare in quel contesto?

Molto più cattive le intenzioni di Fire!, Cathedral Light e We Want Blood, esposte da chitarre acide (su quest’ultima influenzate dal vento che spira dal Medioriente) che danzano su una batteria gonfia di gas pronto a incendiarsi, incedere e voci memori della lezioni impartite da Jaz Coleman, Michael Gira e Jarboe e ben assimilate dal duo. Atmosfere che uccidono, rituali che si consumano in un luogo lucifugo, anche quando la cassa è in quattro e sembra di passare la serata in qualche club sperduto in Terra di Albione sul finire degli ’80, così Madness e Skeletons Trip the Light Fantastic (pezzo enorme dal ritornello a presa rapidissima, forse il più propriamente pop mai scritto dagli Årabrot), tra bassi in pompa magna e alto tasso di ballabilità perforano mutando il tempio in un dancefloor post-punk, gettando sul disco un cono di luce (fredda) del tutto diverso e che, forse, sarebbe stato meglio seguire anche nel resto delle composizioni per consolidare il tutto evitando l’effetto scollamento che, purtroppo, viene a crearsi sulla lunga distanza. Non che le tremebonde melodie di Swan Killer, sanguinosa preghiera ultra-goth, non spicchino per bellezza.

Il fatto è, infatti, che sembra esserci troppa carne al fuoco e la frenesia di cucinare tutto finisca con un impiattamento ben poco coerente. “Of Darkness and Light” è, dunque, un gran bel dischetto ma pare più un capitolo di transizione verso altri lidi, non reggendo per nulla il confronto con il recente passato della band. Vedremo cosa comparirà una volta diradata la nebbia. Magari tra un paio d’anni le idee saranno più chiare.

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