Drop Nineteens – Hard Light

Recensione del disco “Hard Light” (Wharf Cat, 2023) dei Drop Nineteens. A cura di Christian Soriano.

I Drop Nineteens hanno rilasciato il loro ultimo album “Hard Light” lo scorso 4 Novembre, per l’etichetta Wharf Cat Records: un album shoegaze a tutti gli effetti ma che qualcuno potrebbe anche non esitare a classificarlo nel nuovo dream pop.

E diciamolo, il sound shoegaze esplode con Scapa Flow. “This fear that you’re tender / Wil temper tempers“: un inno alla tenerezza, che si presta molto bene col sound generale del brano in particolare e dell’intero album: il muro sonoro c’è, i chitarristi, ben tre (Greg Ackell, Paula Kelley, Motohiro Yasue) si stanno, e lo diciamo fuor di parentesi, effettivamente “guardando i piedi”, come suggerisce la sigla “shoe-gaze”. Lookout mi ha ricordato molto i Beat Happening o Daniel Johnston, per la chitarra ritmica un po’ disarmonica e il piano ritmico scarno ed essenziale: quasi un inno alla giovinezza e alla bellezza del mondo nella sua semplicità.

Un viaggio nel tempo, come ricordano le liche della title track, che segue le armoniose melodie di chitarra e il muro sonoro di una distorsione non banale ma anzi ben escogitata, molto My Bloody Valentine per intenderci. Tutto ciò frammischiato a un sound che riesce a essere anche molto post rock, nel senso di Explosions in the Sky e Mogwai per intenderci, e credo sia questo il punto evolutivo rispetto ai dischi degli anni ’90: una mutazione generazionale che vede lo shoegaze non più come una costola rotta di una tradizione hardcore punk e di una sua evoluzione, bensì un genere che ha molto più in comune col “post-” che altro: testi, immaginario sognante, chitarre armoniche sono il punto di raccordo tra questi due generi che i Drop Nineteens hanno mostrato bene in questo preciso album. 

Bello l’interludio strumentale di Gal, con le vocals femminili di Paula Kelley sul finale – giusto qualche frase buttata lì, a decorare il tutto: lo shoegaze (che, per chi non lo sapesse, è un termine coniato per definire quei gruppi i cui chitarristi guardavano costantemente le pedaliere alla ricerca degli effetti più di impatto) è in generale, scusate il gioco di parole, un genere molto poetico, fatto di piccole frasi a effetto e di versi molto poetici (“And letters penned in earnest with heartstrings“, The Price Was High; o anche “And there’s nothing crude about it / Is it too fast or too slow?“, Hitch, che, aggiungiamo, è anche il brano meglio riuscito da un punto di vista compositivo e musicale poiché l’orchestrazione regge bene).

Diciamolo subito, a finale di recensione per non rovinare nulla: i Drop Nineteens, per chi li seguiva, si sono sciolti nel 1993 e la reunion è avvenuta solo nel 2021; uno si poteva aspettare il peggio, dopotutto in trent’anni cambiano molte cose – le persone invecchiano, il sound pure ed evolve, le voci cambiano… ed è proprio sul comparto vocalico che mi sento di esprimere non critiche bensì suggestioni: è possibile che una band attiva negli anni Novanta possa continuare a fare sound in quest’epoca?

La risposta non può che essere affermativa, poiché, seppur invecchiati, i Drop Nineteens hanno rilasciato un ottimo album, davvero: certo non con l’irruenza e la violenza prettamente generazionale dei primi due, nei quali erano più che ragazzi, ma con la consapevolezza di chi la sua vita l’ha fatta e vuole esprimere e comunicare qualcosa per gli altri. 

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