Bud Spencer Blues Explosion – Next Big Niente
Recensione del disco “Next Big Niente” (La Tempesta Dischi, 2023) dei Bud Spencer Blues Explosion. A cura di Nicola Stufano.
È arrivato un po’ in sordina questo sesto disco dei Bud Spencer Blues Explosion, che ha seguito di ben 5 anni il precedente “Vivi Muori Blues Ripeti”. Non c’era di fatto una vera attesa per una prosecuzione dei lavori del duo Adriano Viterbini–Cesare Pitulicchio, formatosi nel 2007 ed emerso nell’ormai lontano 2010 attraverso una breve quanto leggendaria esibizione pomeridiana al Concerto del Primo Maggio, che mostrò a chi ancora non aveva avuto modo di ascoltarli dal vivo le potenzialità del blues nel nuovo millennio.
Non c’era attesa forse perché c’era il sentore che il duo di per sé avesse dato ormai tutto quello che si poteva chiedere, e che con la carriera di Viterbini, uno dei migliori (se non il migliore) chitarristi italiani in attività, ormai lanciato da solista e attraverso mille altre sfaccettature a cominciare dagli I Hate My Village, non ci fosse più bisogno di lanciarsi in studio a lavorare su nuovo materiale.
Niente di più sbagliato. Adriano e Cesare invece l’hanno fatto, eccome se l’hanno fatto, senza nessuna volontà di ripetersi uguali al passato: “Next Big Niente” è qualcosa di totalmente nuovo, un cambiamento drastico nel quale il blues resta come mood, come manualino di base sullo spirito col quale fare musica, lasciandosi però contaminare da una serie di follie.
Su tutte, quelle portate in campo da Adriano attraverso le sue molteplici esperienze di stravolgimento del suono della chitarra, insomma parliamo di uno che è capace di sostituire il plettro con ago e filo per cucire musica su misura durante un’insonorizzazione. C’è chiaramente l’afrobeat che ha caratterizzato tutta la sua seconda parte di carriera, ci sono le contaminazioni con gli artisti vicini (si sente tanto, nei campionamenti e negli octaver vocali, l’influenza di Alberto Ferrari), ma c’è soprattutto una dilagante follia e libertà di fondo, nella quale Cesare è parte attiva e anche determinante attraverso il mixaggio.
È un lavoro estremamente prodotto, lo si coglie sin dalla prima traccia, sarà molto curioso ascoltarne la resa dal vivo. Medioriente passa in 6 minuti da toni arabeggianti ad arpeggi di Roland, Insynthesi vince a mani basse col suo flanger iniziale (il sior Viterbini mi perdoni se ho sbagliato effetto, penso che se solo provassi ad aprire la scatola contenente la sua pedaliera finirei come i nazisti in “Indiana Jones e I Predatori dell’Arca Perduta”) e i passaggi vocali così…synth, appunto.
Più si va avanti, più aumenta il caos. Non ci sono vere e proprie canzoni (oddio, i loro testi sono sempre stati minimali e oltre il limite del cringe), se non Come un raggio che infatti è scritta da Umberto Maria Giardini. È una musica pretenziosamente cosmopolita anche nei titoli, da viaggiare in almeno 3 contenti: eravamo in Medioriente, poi facciamo un salto nel nuovo continente con Sabroso Tapas Bar per poi tornare in Asia con Miku 五, una delle cose più folli e incomprensibili pubblicate nel corso del 2023, da vietare ai minori per l’uso pornografico di pitch shifters ( Miku è una delle più famose identità virtuali di cantanti create attraverso il software Vocaloid).
Andando verso il finale del disco, Vandali è forse la cosa che più vagamente ricorda l’identità blues, più che altro per il piglio jam tipico di noti coevi dei BSBE come The Raconteurs. Camper è un altro di quei pezzi che a parole non si può descrivere, un gran finale di 5’43” dove la forma-canzone praticamente viene smontata a metà pezzo a favore di un carillon. L’outro Gerrilli, un acidissimo bridge che sembra estrapolato da una jam per il “Rocky Horror Picture Show”, chiude in 47” senza riuscire a trovare una forma canzone, ma li perdoniamo.
Che i Bud Spencer Blues Explosion siano stati dei fenomeni e che tuttora individualmente lo siano, lo sapevamo: che fossero però in grado di superare sé stessi scrivendo musica davvero nuova, e così potente, è una piacevole sorpresa. I pezzi a un certo punto non esistono, sono fatti a pezzi e ricomposti come il tangram di un bambino impaziente. Ed è forse questo il significato di “Next Big Niente“: seguire l’impeto e trovare eccitazione in esso, senza cercare la bellezza della forma finita.
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