The Black Delta Movement – Recovery Effects

Recensione del disco “Recovery Effects” (Fuzz Club Records, 2023) dei the Black Delta Movement. A cura di Giovanni Davoli.

“Recovery Effects” rappresenta un caposaldo del periodo d’oro dell’acid rock. Riff tagliati con l’accetta, feedback e fuzz a manetta, ritmi che ti trascinano in rituali collettivi fuori dal tempo e dallo spazio. Due chitarre, basso e batteria, cui aggiungere un pò di organo e qualche drone.

Il disco cattura il meglio della psichedelia britannica nel momento in cui si prepara la transizione verso l’hard rock dei Led Zeppelin o dei Black Sabbath, foriero di tanta della musica che ci ha deliziato nei successivi decenni. Allo stesso tempo, The Black Delta Movement incarnano e anticipano il migliore spirito “garage” che confinerà negli anni a seguire anche con il miglior punk. Il disco contiene almeno tre stupefacenti momenti che si sono incisi a lettere cubitali nella storia della musica che ci piace: Fourth Pass Over the Graveyard, No Road To Go, Photograph. Colonne sonore dei migliori festival dell’epoca hippie dove le ballavano in trance. Canzoni che potrebbero andare avanti per 20 minuti ognuna, con i loro riff e ritornelli ripetitivi da cantare come mantra e ancorati saldamente a una base ritmica monotona e un pò motorik. Per non parlare di momenti più eterei come Hiding in the Tall Grass e Recovery Effects in cui The Black Delta Movement pestano meno duro sui loro strumenti per farci volare al di sopra delle nostre miserie quotidiane. “Recovery Effects” è un classico che ha assicurato gloria eterna alla band di Kingston Upon Hull, cittadina portuale del nord est inglese che passa alla storia della musica grazie a loro e agli Everything But The Girl.

Certo, è proprio vero che certe band non sono fortunate sui tempi. Quanto avete letto sopra è l’attacco del Back in Time che avremmo potuto scrivere se solo il quartetto inglese avesse avuto la fortuna di nascere mezzo secolo prima. I tempi giusti, i ragazzi di The Black Delta Movement non ce la fanno proprio ad azzeccarli. Sono nati e circolano in un’epoca in cui 100.000 ascolti del remix di UNKLE del loro già citato stupendo singolo Fourth Pass Over the Graveyard, fruttano solamente 300 dollari in pagamenti di Spotify. Avessero venduto, cinquant’anni fa anche solo 1.000 copie fisiche del singolo, l’equivalente di 10.000 dollari odierni li portavano a casa. Per non parlare dei festival cui avrebbero potuto partecipare, per esempio all’Isola di Wight a fianco di Jimi Hendrix e dei Doors e quindi altroché 1.000 copie. Ma certe band non hanno proprio fortuna con i tempi. Peraltro la soglia dei 100.000 l’hanno superata, non a caso, con un remix che rende il pezzo una cosa trip-hop ed elettronica, diversa dalle loro sonorità abituali.

Perfettamente a casa loro con la Fuzz Club Records (nomen omen) – che ospita gente come King Gizzard & The Lizard Wizard, piuttosto che i Black Angels o A Place to Bury Strangers -, The Black Delta Movement, ahinoi, non passeranno alla storia e non avranno gloria eterna, malgrado 8 tracce e 44 minuti (più o meno la durata massima dei dischi del tempo che fu) di psych rock da manuale. Ci fosse stato qualcuno che l’azzeccava 50/60 anni fa la formula di questa band, altroché Back in Time, avremmo fatto loro una statua.

Di fatto, con il loro sound classico, eppure così attuale e urgente, The Black Delta Movement rappresenterebbero la band che ci vorrebbe per ridare smalto e appeal a un macrogenere, il rock, che non ha un futuro presso le nuove generazioni, se non per i motivi e le band sbagliati. Ma questo rimarremo in pochi a saperlo.

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