Zahn – Adria

Recensione del disco “Adria” (Crazysane Records, 2023) degli Zahn. A cura di Giovanni Mastrapasqua.

Berlino deve essere una città in qualche modo “magica”, al di là della sua importante oltre che triste storia di un passato non poi così lontano. Credo che spesso riesca a tirare fuori il meglio, quanto meno artisticamente parlando, da chi ne respira l’aria e gli Zahn in tal senso ne sono una prova tangibile.

Il terzetto composto da Breuer, Gebhard e Stockman nasce come un “supergruppo”, side-project di altre realtà più conosciute quali The Ocean, Heads ed Einstürzerde Neubauten, e giunge al secondo lavoro, che si discosta dal primo uscito nel 2021, più prettamente d’impatto e maggiormente inquadrabile come sludge/noise. In “Adria invece l’approccio è differente, l’aspetto sperimentazione viene messo in primo piano rispetto a quello muscolare che comunque non viene a mancare e si allargano in maniera netta anche gli orizzonti musicali.

Già con il brano d’apertura si intuisce che il disco non sarà un copia incolla del loro esordio: la sintetica Zebra, dove primeggia appunto il suono del synth invece che quello delle chitarre, rimanda molto alla scuola Tortoise. La successiva e notevole Zehn, dopo un intro super psych, è invece caratterizzata da un ritmo nettamente più sostenuto e da un incedere oserei dire “ossessivo compulsivo”, scandito dalla potente sezione ritmica ed in particolare da un basso molto presente, fino al primo grande colpo di scena; a metà come un fulmine a ciel sereno le atmosfere si fanno decisamente più calde, rilassate ed adatte ad un film spaghetti-western, tanto che sembra di ascoltare i Calexico, per poi però riprendere alla grande ed in maniera credibile il discorso iniziale della traccia. Schmuck si apre con riverberi reverse iniziali che creano ambientazioni psych/astrali delicate alla Explosion in the Sky e fanno da preambolo ad un più ordinario crescendo emozionale in termini di intensità e distorsioni, che mi ricorda al suo apice i migliori Russian Circles.

Dopo queste due tracce più guitar oriented, Apricot risulta essere un buon mix tra le sonorità presentate nel trittico iniziale. Nel sound del trio tedesco torna in primo piano il synth con inserti elettronici stratificati che flirtano con il krautrock alla maniera dei Trans Am o degli Zombi, per poi crescere lentamente, fino ad una momentanea e breve divagazione desertica, un po’ come già visto in Zehn. Stesso discorso si può fare per Faser, visto l’ottimo alternarsi di sonorità inquietanti e robotiche ancora una volta alla Zombi con quelle più aggressive tipiche dei Russian Circles. Gli Zahn sono una band veramente molto attenta ed abile negli arrangiamenti mai trascurati ma anzi ragionatissimi e questo pezzo ne è una dimostrazione lampante.

Il post-metal fa prepotentemente capolino nell’inizio di Tabak, che inverte l’ordine strutturale delle atmosfere sonore viste fino ad ora, partendo in pompa magna ma per la terza volta abbiamo all’improvviso un ritorno a scenari più meditativi ed evocativi, che però come negli altri due esempi in precedenza vengono presto soffocati dall’arrembante e massiccio ritorno di distorsioni pesanti.

Altro valore aggiunto di “Adria” risultano essere gli ottimi e variegati suoni; la tavolozza sonora utilizzata dagli Zahn è davvero molto ricca e sfaccettata, e fa capire quanta esperienza sia già stata accumulata dai tre che non sono certo dei pischelli, basti ascoltare un brano come Yuccatan 3E con il suo sound variabile che passa dall’avvolgente al roccioso, dallo psichedelico leggero al distorto con grandissima facilità ed in maniera pertinente, nuovamente all’insegna delle “Tartarughe” di John McEntire. In Amaranth e in Velour pare di essere alle prese con il disco di una band psych/stoner/doom navigata, e questo evidenzia ancora una volta l’ecclettismo di un gruppo che all’interno di questo lavoro sembra davvero voler mostrare tutte le numerose frecce al proprio arco. 

Ma può chiudersi in maniera ripetitiva “Adria“? Assolutamente no e Kotomoto con il suo particolare, dispari e dinoccolato andamento e dei grossissimi bassi iniziali e finali sembra essere messa lì proprio per dimostrarlo e stravolgere nuovamente tutto, grazie al suo riuscito mix lisergico di psichedelia unita a certo post-rock. Finalmente mi sento di asserire con forza che in un lavoro come questo il tanto abusato quanto spesso poco chiaro suffisso “post” assume un’accezione più chiara ed azzeccata, per poter descrivere il grandissimo universo sonoro proposto dagli Zahn.

Conclude il tutto la “viaggiosa” Idylle, forse il brano più sperimentale, dove oltre ad ancora i caratteristici synth già ampiamente utilizzati in precedenza, compare anche un sax che rende l’atmosfera ancora più psichedelica.

Gli unici difetti di questo disco, probabilmente di transizione e passaggio, sono forse proprio l’eccessiva eterogeneità – che potrebbe far pensare ad idee confuse sulla direzione musicale da intraprendere – e il minutaggio eccessivo del lavoro; due o tre pezzi in meno avrebbero reso di sicuro l’ascolto più snello. Detto questo, ce ne fossero di più di dischi così curati e fatti bene, quindi lunga vita agli Zahn

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