Sleater-Kinney – Little Rope

Recensione del disco “Little Rope” (Loma Vista, 2024) delle Sleater-Kinney. A cura di Massimo Quarti.

Da quando sono tornate le Sleater-Kinney, cioè dalla pausa intrapresa tra il 2005 e il 2015, sono già successe un paio di cose memorabili: un album prodotto da St. Vincent e l’abbandono di Janet Weiss che ha scosso l’opinione del pubblico come non accadeva da tempo nel mondo del rock.

Quest’ultimo lavoro, invece, nasce da un altro evento ben più tragico: la prematura scomparsa della madre di Carrie Brownstein, avvenuta in un incidente stradale l’anno scorso in Italia. Ed è proprio da qui che partiamo: “Little Rope” è uno di quei lavori che nasce da un evento e che, inevitabilmente, porta con sé qualcosa. Non si tratta dunque di una semplice raccolta di nuove canzoni, non è un album fatto per adempiere a scadenze contrattuali, non è neppure un concept album basato su un’idea ricorrente, no, è un album che nasce da un evento drammatico e che ha in sé qualcosa in più delle semplici tracce, si tratta del classico esempio in cui il risultato è più della somma delle sue parti.

Perciò si parte con Hell, la riflessione sull’inferno che stiamo vivendo in forma di canzone rock, ma è anche un inferno che la persona vive quando la perdita lascia un vuoto troppo grande e la mancanza fa crollare la terra da sotto i piedi cercando però di farsi forza e forse di dare spazio a “ciò che inferno non è” direbbe Marco Polo al Kublai Kan, e magari trovarlo nelle ultime parole prima di un addio come nell’ottima Say it like you mean it.

La voce di “Little Rope” è molto più interiore dei due album precedenti, parliamo quindi di un ventaglio di dieci anni, senza andare a scomodare epoche passate, ma il timbro vocale per la prima volta, è totalmente affidato a Corin. Infatti la decisione dell’album è di affidare la voce a Corin e le parti più sonore di chitarra a Carrie, è questo non è altro che lo specchio di una maggiore lucidità, di una fermezza, di una messa a fuoco migliore, era tanto tempo che le Sleater-Kinney non erano così presenti a sé stesse come in “Little Rope”. Quello che dico lo si sente nell’intero lavoro, non mi sento di escludere o sminuire nessuna delle dieci tracce che compongono quello che è finora l’album più esaltante del primo mese di questo giovane 2024.

Perciò halleluja! Le Sleater-Kinney sono ancora in piedi, sono sopravvissute anche questa volta e mi viene in mente che sempre Marco Polo spiega al Kan che ci sono due modi di sopravvivere: quello più facile è accettare tutto così com’è e diventare parte di esso, il secondo è imparare a riconoscere chi e cosa non è inferno, è questo ciò che fanno Carrie e Corin con “Little Rope”: prendere la seconda strada. Per questo il pubblico si divide e sui social network non può mancare il commento su Janet, tanto che la parola “Janet” è diventata come il “Bacon” nei post dei vegani, solo che in questi casi si tratta di ammiratori per cui la faccenda diventa paradossale.

È quindi la strada più dura quella intrapresa dalle ragazze ma la qualità del loro rock’n’roll è alta, “Little Rope” permette di raggiungere punti di forza non raggiunti dal precedente “Path of Wellness” in cui onestamente un po’ di smarrimento e debolezza erano avvertiti ma ci pensa il tempo, la vita, e purtroppo, le tragedie a rimettere in piedi l’arte e il rock n’ roll.

Se il 2024 fosse caratterizzato solo di uscite di questo livello sarebbe un anno miracoloso.

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