Cosmo – Sulle ali del cavallo bianco
Recensione del disco “Sulle ali del cavallo bianco” (42 Records, 2024) di Cosmo. A cura di Lucia Tamburello.
Cosmo torna con l’ennesima declinazione della formula che contraddistingue la sua discografia sin dal suo esordio sulle scene. Il motto “è musica, no fabbrica” si concretizza da sempre in un pop curato, ballabile e critico al tempo stesso, che rimanda alle origini dell’EDM.
Nel nuovo disco, “Sulle ali del cavallo bianco”, prodotto e scritto con Alessio Natalizia, pur preservando diverse assonanze con lavori come “La terza estate dell’amore” o “Cosmotronic”, si concentra molto di più sulle melodie sfruttando strumenti più classici. Appare, infatti, molto più cantato e morbido nell’abbracciare i temi approfonditi, sociali e intimi al tempo stesso. Alcune tracce creano un efficace contrasto tra questa caratterista e suoni più acidi. Quella iniziale, Come un angelo, con la sua cassa dritta che lascia spazio solo a qualche nota di pianoforte, ne fa da esempio e da “camera di preparazione” per l’ascoltatore. Sulla stessa linea viaggia L’abbraccio che dà un’impronta sintetica ad una tradizionale ballata. Tornano sullo stile tipico di Cosmo Gira che ti gira e Talponia. Appaiono come due pezzi scartati dal disco precedente e inseriti in quest’ultima uscita. Anche E se mantiene la stessa caratteristica, con un coro di bambini e i synth modellati in maniera analoga, dopo un’introduzione con un piano ritmato. Chiude il cerchio Troppo forte: un’azzeccatissima anticipazione del disco che ricalca le orme dell’industrial più attraente ed orecchiabile.
Dalla sesta traccia, l’album si fa ancora più riflessivo ed emotivamente esplicito. Tutto è un casino affianca suoni frenetici aphextwiniani a parti strappalacrime allineandosi al misto di realismo e speranza che muove il brano. Ho un’idea si avvicina timida al mondo della trap e del pop rap, ma mantenendosi sempre salda ad una base elettronica da club europeo. Momenti riprende diverse caratteristiche degli altri pezzi: dal romanticismo ai ritmi tribali, dall’autotune ai ritornelloni. La title track sembra abbandonarsi al tradizionalismo più totale per poi svelare la sua vera anima techno. Chiude Il messaggio che riprende l’apparentemente abbandonata componente spoken della scrittura di Marco Bianchi che viene interrotta da una banale coda lunga ed orchestrale.
“Sulle ali del cavallo bianco” non è il lavoro migliore o più istrionico di Cosmo, ma è tra i dischi pop italiani più originali pubblicati negli ultimi decenni. Sia l’invettiva che gli esperimenti sonori che fanno da concept all’album non sono fini a loro stessi e non diventano mai astrusi. L’esigenza dell’artista di comunicare in modo chiaro ed immediato si traduce in un nuovo linguaggio popolare, ma non mainstream.




