Einstürzende Neubauten – Rampen – apm: alien pop music
Recensione del disco “Rampen – apm: alien pop music” (Potomak, 2024) degli Einstürzende Neubauten. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Qualche giorno fa, mentre aspettavo il treno, senza rendermene conto le mie orecchie hanno cominciato a captare rumori distanti, in “sottofondo” rispetto al vociare sul binario, due suoni prodotti da, immagino, altrettanti macchinari provenienti dalle riserie che circondano la stazione. A poco a poco il mio cervello ha incasellato quanto filtrato dall’apparato uditivo, dando alle ritmiche prodotte un senso logico, musicale, mischiato al brusio, alle grida e, infine, ai treni in arrivo e queste sono diventate le componenti di un pezzo cerebralmente improvvisato, irriproducibile in altro modo se non lì, in quel preciso istante. Lo facciamo tutti, in fondo, ma chi ha incrociato il cammino degli Einstürzende Neubauten – e quello che comunemente chiamiamo industrial – lo fa in modo differente, sebbene involontariamente.
Blixa Bargeld, nelle cosiddette linear notes del nuovo lavoro del suo gruppo, dice che in un passato ormai estremamente remoto, l’improv era sostanza fondante delle performance degli EN ma che, col passare del tempo, le migliorie tecniche e tecnologiche, quelle improvvisazioni sono diminuite, pur restando parte integrante dei loro live. Questi brani nati dal “caso” il gruppo li ha nominati “rampen”, ché, come dilagassero, prendevano infine una loro forma e identità. Da qui a capire perché “Rampen” sia parte del titolo di questo disco è semplice: tutti questi pezzi sono nati dai “ramping up” di un gruppo che non ha mai smesso di spingere in là le proprie possibilità e che a svariate decadi dalla propria formazione si trova ancora in studio a lavorare “in maniera non dissimile da come facevano i Beatles o qualsiasi altro gruppo 60 anni fa”. “alien pop music”.
Chi fa più doppi album, si chiedeva qualcuno da qualche parte. A ragion veduta, forse, ma se parliamo degli EN niente di più facile che inchiodare il proprio pubblico dinnanzi allo stereo per la durata di un doppio, quindi eccoli, tra l’altro ad appena quattro anni da “Alles in Allem”, che per la recente media neubautiana è poco più di un battito di ciglia. La vena industrialcantautorale e arie epiche e aperte si palesano in Pestalozzi (Johann Heinrich, pedagogista svizzero, nel testo affiancato ad A.S. Neill, altro pedagogista, questa volta scozzese e al “Patchouli bagno schiuma”), Bargeld orefice mastro a lavorare l’aria vocale dando il la al coro, un vibratore fa da drone fisso dietro alle aperture volatili e alien pop, per dare un senso al titolo si aggiunge Before I Go, con le sue percussioni, l’andamento notturno, la voce che si insinua, gli archi che sbucano dal terreno riarso, tutto molto Waits “Night on Earth”, se mi è permesso tracciare un parallelismo ardito.
Sicuramente meno pop la spaventosa Everything will be Fine, filastrocca infernale da incubo, Blixa magister dell’orrore, noise massacro e ritornello melodicamente aperto/pregno di follia e ipocrisia dilagante, o il martellare convulso di Ist Ist, con il basso a macigno sulle pulsazioni soffocate e sotterranee, mentre due anime ben distinte si palesano in Es koennte sein, dapprima imperniata sulla chitarra acustica, quasi a dipingere un paesaggio bucolico, ma che ben presto viene invaso da macchine impazzite e metallo diabolico che pare voler crescere e che invece si spegne di getto. Cresce invece come una cromata pianta rampicante Isso Isso, sinuosa e maligna, ripetizioni e grida, linea di basso post-punk assassina a battito continuo e circolare. Ancora post-punk inferocito e metallizzato lambisce l’incattivita Besser Isses, “Ich ohne dich / Du ohne dich / Das ist alles / Ich ohne dich / Du ohne dich / Besser Isses”, io senza te, tu senza me, meglio così, una risata sardonica, chitarre che graffiano il vetro, una mazzata in pieno petto.
Sul secondo disco su tutte svetta Planet Umbra (unico brano totalmente improvvisato in studio), organocentrica, uptempo, otto minuti e rotti di “ballabile” doo-wop tribale e ipnotico, allucinante persino per questi signori qui. E a proposito di tribalismi, Moser e Unruh fanno il bello e il cattivo tempo attorno al basso dronico di Aus des Zeiten, crescono, architettano un dancefloor dada e poi mandano tutto nel silenzio algido della città d’inverno (con i falsetti di Hacke sullo sfondo a piantarsi nel cervello). Metallurgica liturgia, Ick wees nich (Noch nich) richiama da vicino, vicinissimo, il periodo ”Haus der Luge”, ferro battuto impietosamente, sensazione di fine imminente, arte dell’apocalisse che pare assurdo possa condividere lo stesso spazio con Trilobiten, ambient acustico dal sapore antico e minimale, ballad definitiva dove non ti aspetti di trovarne una, non in mezzo a tanto frastuono e terrore. Un mare di suono che sembra sovrastare l’orizzonte e che nel giro di 75 minuti si porta via tutto quel che c’è da portare via.
Alieni pop seduti su poltrone d’acciaio temperato. Ecco come si mostrano al mondo gli EN del 2024. Ancora una volta, mi verrebbe da aggiungere.




