Sum 41 – Heaven :x: Hell

Recensione del disco “Heaven :x: Hell” (Rise Record, 2024) dei Sum 41. A cura di Jacopo Masper.

È l’estate del 2001 quando la band canadese esplode. Fat Lip in loop su MTV, pantaloni larghi che arrivano al polpaccio, scarpe da skate, magliette Shorty’s e la periferia di qualche grande città a fare da cornice. Niente California a tutti i costi, come gran parte dei loro contemporanei che egualmente impazzavano nella tv della musica, e quel punk con influenze metal che dall’esordio di “All Killer No Filler” è rimasto il tratto distintivo della band per quasi trent’anni di carriera: niente compromessi al ribasso per compiacere le radio, niente featuring imbarazzanti, niente TikTok o simili per adeguarsi ai trend del mercato musicale di oggi, al punto da stupire Deryck Whibley per il clamore mediatico suscitato dal loro addio alle scene: «Immaginavo che i nostri fan ci sarebbero rimasti male. Non pensavo però che la cosa sarebbe interessata ai media o, comunque, alle persone al di fuori della nostra cerchia. Credevo che non sarebbe fregato niente a nessuno per cui sono rimasto sorpreso quando tutte le testate hanno riportato la notizia» ha dichiarato in un’intervista a Rolling Stone.

A rendere meno amaro l’addio, un ultimo tour mondiale lungo un anno (“Tour Of The Setting Sum” passerà anche dall’Italia il 9 luglio agli I-Days di Milano) e un disco che ha l’ambizione di essere importante, e non solo perché sarà l’ultimo. “Heaven :x: Hell” è un doppio album che riflette ciò che è stato il loro percorso: un paradiso consacratore del loro passato pop-punk e un inferno più vicino alle ultime produzioni, che sprigiona heavy metal condito da assoli che bruciano i tasti, riff martellanti e hook che gonfiano i pugni. Ce n’è per tutti quindi, sia per chi non riesce a scegliere (come se Whibley e soci fossero al tempo stesso mamma e papà) sia per chi ha amato solo una delle due versioni.

Si parte dal paradiso con Waiting On A Twist Of Fate, e la sensazione iniziale è quella di un viaggio nel tempo. Sensazione confermata da Landmines, primo singolo estratto di cui perfino il video è un esplicito omaggio alla loro gioventù ma anche da I Can’t Wait e Johnny Libertine (che cita i NOFX, punto di riferimento per Whibley a inizio carriera) il cui ascolto fa riemergere i tempi di “All Killer No Filler” e di “Half Hour of Power”. Time Won’t Wait, traccia numero quattro, è puro pop-punk che apre la strada a Future Primitive dove l’aggressività e l’assolo heavy di Dave Brownsound la avvicina a “Does This Look Infected?” (da notare anche la frase “Maybe we’re all to blame”, riferimento al loro singolo estratto da “Chuck”). Momento malinconia con Dopamine e Not Quite Myself interrotto dalle vibes hard rock in stile “Screaming Bloody Murder” che iniziano a salire con Bad Mistake, presagio della vicinanza dell’inferno. Ed infatti è Radio Silence, una ballad stile “Underclass Hero” ad accompagnarci all’uscita del loro paradiso.

Ci avviciniamo alle fiamme con Preparasi a salire – scritta così, omaggio di Deryck Whibley alla fanbase italiana – che ci prepara alla discesa negli inferi con un intro che cresce fino ad esplodere con Rise Up. All’inferno i Sum 41 sanno come muoversi, avendo trovato la giusta combinazione di metal moderno (a tratti thrash) e punk-rock. Con Over The Edge e It’s All Me si rimane nella comfort zone creata con “13 Voices” e “Order In Decline”, dove tutto è collaudato e funziona. I Don’t Need Anyone si avvicina un po’ al metal più moderno e commerciale. Anche all’inferno si viaggia nei ricordi: House of Liars contiene rimandi a “Screaming Bloody Murder”, Stranger In These Times ha di nuovo quel mix punk/metal di “Does This Look Infected?” e You Wanted War è figlia del thrash metal di “Chuck”. Giunti negli abissi dell’inferno è il momento di un omaggio ai loro più celebri regnanti, con una versione di Paint It Black fedelissima all’originale. How The End Begins ha l’arduo compito di chiudere per sempre una discografia, incarico che assolve alla perfezione: epicità, profondità e semplicità, a dimostrazione che si può ottenere il meglio anche senza eccessi.

Ascoltando l’ultimo regalo dei Sum 41 è difficile rendersi conto che siamo di fronte alla fine del viaggio. Ma per evitare, o quantomeno rimandare le lacrime, il consiglio è quello di vivere il momento con lo spirito di Deryck Whibley: «Beh, abbiamo ancora un tour mondiale di un anno e un disco fuori adesso, quindi sembra più l’inizio di qualcosa che non la fine».

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