The Messthetics and James Brendon Lewis – The Messthetics and James Brendon Lewis

Recensione del disco “The Messthetics and James Brendon Lewis” (Impulse! Records, 2024) di The Messthetics and James Brendon Lewis. A cura di Giovanni Mastrapasqua.

Chi con i The Messthetics pensa di poter ascoltare una sorta di nuova incarnazione di quello che furono i Fugazi fino al 2001, anno in cui pubblicarono l’ultimo lavoro, e ne rimane deluso, secondo me ha capito ben poco del Fugazi pensiero. La sezione ritmica dei The Messthetics, composta da Joe Lally e Brendan Canty, è stata parte integrante e motore dei Fugazi, e quello che è rimasto incarnato in loro dal punto di vista strettamente musicale è sicuramente la voglia di sperimentare e la curiosità, non certamente quella di ripercorrere di pari passo le orme di quella realtà irripetibile. Intatta quindi senza ombra di dubbio l’idea di proporre qualcosa che sia il più originale possibile, il duo Lally/Canty nel 2018 unisce le forze con l’abile chitarrista Anthony Pirog e fonda appunto i The Messthetics.

Da questo incontro sono nati due dischi strumentali usciti ovviamente per Dischord, l’omonimo del 2018 e “Anthropocosmic Nest” l’anno seguente, nei quali era già chiaro che non avremmo più trovato ritmi così nervosi, sonorità angolari da pungersi, l’intensità disarmante e genuina e soprattutto quel gran lavoro sulle dinamiche, ma anche qualcos’altro. E quel qualcos’altro risulta ovviamente e comunque interessante o quanto meno piacevolissimo all’ascolto; una sorta di miscuglio tra prog, punk, jazz e post-rock.

Poi nel 2023 l’incontro con l’originale sassofonista James Brandon Lewis, proveniente da un mondo e background differente rispetto agli altri tre (in realtà forse nemmeno così troppo), ma sicuramente con un’apertura mentale in linea al 100% con il “simpatico trio”. Nasce così prima una riuscita parentesi con partecipazione dei Messthetics nel brano finale dell’ottimo disco dell’anno scorso “Eye of I” dello stesso James Brandon Lewis, e successivamente l’idea di fare un vero e proprio full lenght collaborativo a quattro. Il risultato partorito da questi quattro artisti è un album che ha il nome del progetto stesso, ovvero The Messthetics and James Brandon Lewis e che esce questa volta eccezionalmente per la storica Impulse! Records. La sostanza è un lavoro meno spigoloso rispetto ai primi due dei The Messthetics e sicuramente più improntato ad un prog/jazz elettrico ed all’improvvisazione, seppur tutti i brani che lo compongono abbiano un senso compiuto e definito. Per James Brandon Lewis è sicuramente l’album più orientato alla forma rock della sua carriera musicale per ora.

Nel disco tutti gli strumenti hanno il senso principe per il quale sono fondamentalmente usati comunemente, la chitarra è spesso solista o protagonista al pari o quasi del sax tenore del musicista di Buffalo e la precisa sezione ritmica rappresenta la rodatissima certezza e costruisce la solida architettura portante sopra la quale gli altri due solisti dipingono le loro tele colorate, come nell’emozionante prima e poi ritmata in rincorsa Three Sister, in cui Pirog e Lewis, in primissimo piano, si sovrappongono in maniera davvero incantevole. Il ritmo è portante anche nell’iniziale L’Orso, che fa molto math-rock: in questo caso la chitarra ed il sax si alternano come attori principali. O ancora in That Thang, con Pirog che mette in mostra tutto il suo amore per il prog o quanto meno per quel periodo della SST in cui i Black Flag osarono per primi mischiare il loro sbilenco ed aggressivo universo musicale con il prog funambolico di scuola King Crimson, azzardo incredibile per l’epoca ma che aprì le porte ad un mondo intero (vi dicono i Mars Volta?)

Nella veloce Emergence non c’è l’alternanza nel ruolo da protagonista tra sax e chitarra, qui la scena è lasciata in toto al primo. Differenti e molto più soffuse e jazz oriented risultano le atmosfere della delicata e bellissima Boatly, dove per una volta risulta come figura di spicco l’armonia pur se nel finale il sassofonista ci delizia con una prova incredibile per intensità; peculiarità che ritroviamo nella successiva The Time is The Place, anche se declinate in un contesto più rock e movimentato. 

Il brano però forse più particolare risulta probabilmente la jazzata Railroad Tracks Home con il suo incedere ripetitivo, mentre la delicatezza della fumosa Aesthenia è da brividi. Infine, in Fourth Wall, da standing ovation, ancora una volta James Brandon Lewis ed Anthony Pirog danno dimostrazione lampante del loro talento, il primo in primo piano o cesellando arabeschi, il secondo più in maniera strutturale da comprimario ma di lusso, davvero eclettico e da applausi, per poi esplodere in un altro assolo centrale alla sua maniera.

Collaborazioni di questo tipo tra musicisti così meravigliosi sono una necessità ed una immensa gioia per le orecchie di chi scrive, ma sicuramente non sarò l’unico a pensarlo.

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