Metz – Up on Gravity Hill

Recensione del disco “Up on Gravity Hill” (Sub Pop, 2024). A cura di Giovanni Mastrapasqua.

Che il sound dei Metz si fosse evoluto negli anni, in maniera molto lenta, progressiva e mai esagerata ma allo stesso tempo costante, è un dato di fatto. Con “Strange Peace” uscito nel 2017, più sperimentale e ragionato sicuramente rispetto ai primissimi due sanguigni lavori, i tre canadesi iniziarono a traghettare il loro r’n’r tiratissimo, assordante e caotico, di chiara derivazione hardcore in un noise sempre abrasivo ma più aperto a nuove contaminazioni ed anche a soluzioni meno irruente.

Il successivo “Atlas Vending” ha poi visto sviluppare gli spiragli sonori già intravisti nel lavoro precedente ma declinando il tutto verso una forma più melodica e meno contorta, aprendosi anche ad influenze shoegaze come nel finale di quel disco lasciato all’ottima A Boat to Drown In, dove il caos sonoro, soprattutto nella coda del, brano venne sviluppato per la prima volta in modo diverso, prediligendo l’utilizzo di riverberi massicci ed atmosferici rispetto a ritmiche selvagge e chitarre taglienti e noise come se non ci fosse un domani.

Oggi il power trio compie un ulteriore step e con “Up on Gravity Hill” riesce nel difficile esercizio – quanto meno per una band votata ad un certo tipo di sound ostico e destabilizzante per natura – di scrivere dei veri e propri pezzi inquadrati in una forma canzone più standard, che se da un lato perdono un po’ di genuinità e soprattutto di impetuosità, ed in molti storceranno il naso, dall’altro guadagnano nei termini di una più chiara linearità e definizione sonora, raggiungendo quella che forse si potrebbe definire la maturità artistica, in particolare nella scrittura.

I brani, nonostante quest’aspetto, mantengono sempre il marchio di fabbrica che la band ha plasmato negli anni (non si pensi certo che i Metz siano diventati una band “pop”), e la sempre ottima produzione di Seth Manchester riesce a contribuire a creare in maniera importante quell’improbabile mix di accessibilità, però mai patinata e ruffiana, unito ad una decisa seppur elegante pacca sonora, che solo lui e pochissimi altri abili manipolatori di suono in questi ambienti riescono a costruire. Ne è un un esempio l’iniziale sognante e sospesa No Reservation/Love Comes Crashing, dove la chitarra di Alex Edkins rimane ossessiva ed incisiva come in passato, ma con tempi meno serrati e claustrofobici. La guida portante risulta essere la melodia insieme a quintalate di riverberi eterei ed alla presenza del compositore/arrangiatore di archi Owen Pallett, in luogo della sempre e comunque impeccabile sezione ritmica composta da Hayden Menzies dietro i tamburi e Chris Slorach alle quattro corde, che comunque continua a spingere alla grande ma senza la frenesia degli esordi. In questo momento il punto di riferimento della band di Toronto sembra sia più il verbo portato avanti da band come gli A Place To Bury Strangers, ma il rumore viene declinato in maniera differente rispetto al loro nervoso passato musicale.

In “Up on Gravity Hill” ci troviamo di fronte ad una band che crea atmosfere meno chiassose e sporche, la scrittura rimane comunque efficace ma nettamente più snella e più concreta, ripulita da quei tanti elementi sonori destabilizzanti maggiormente presenti in passato a favore di soluzioni più armoniose ed alla ricerca di uno spettro sonoro decisamente più ampio, colorato e variopinto. Credo che proprio questo sia il vero punto forte di “Up on Gravity Hill” e ribadisco ancora una volta con forza la convinzione che il contributo di Seth Manchester in cabina di regia sia stato fondamentale e determinante per la buonissima riuscita di un disco sicuramente importante e anche molto delicato, una vera e propria svolta musicale per i Metz.

A proposito di questo lavoro, il cantante e chitarrista Alex Edkins ha così commentato:

Non siamo mai stati abbastanza pesanti per i puristi metal e hardcore ma, al contempo, sempre troppo per l’indie rock. Non abbiamo mai seguito un dato sentiero, e questo è ok, perché esistiamo al di fuori di determinate linee di definizione. Penso che questo disco sia più che mai così.

Chi più chi meno, ma tutti i brani che compongono “Up on Gravity Hill” sottolineano bene ed in maniera forte e coerente la nuova direzione sonora intrapresa dai Metz che mi ricorda vagamente quella più cinematica percorsa l’anno scorso da un’altra band non così lontana da loro, ovvero i John in A Life Diagrammatic, e guarda caso anche in quell’occasione dietro al mixer sedeva Seth Manchester.

Il cambio di rotta è molto più netto rispetto al passato, lo si nota in un pezzo decisamente lineare e dritto per i loro canoni come Glass Eye, nonostante qualche svisata noise, o ancora nelle bellissime atmosfere post-punk/dark-wave di Superior Mirage, dove sembra di sentire la chitarra circolare di Johnny Marr al posto di quella dell’occhialuto chitarrista dei Metz. Non si discosta troppo nemmeno Wound Tight, anche se qui la chitarra è più irrequieta rispetto a quella onirica del brano precedente. L’estremizzazione di questo discorso è poi lampante nella iperglicemica ballata finale Light Your Way Home, che vede la partecipazione di Amber Webber dei Black Mountain, unico brano un po’ debole di “Up on Gravity Hill“, ma che evidenzia ancora di più che anche le tematiche dei testi si sono fatte più profonde e personali.

In altri brani come Entwined (Street Light Buzz) le chitarre in sottofondo ritornano ad essere dissonanti, in stile Jesus Lizard, ma la melodia della voce nella strofa e nel ritornello si stampano in testa subito, come il refrain zuccheroso di 99 su una base però ripetitiva ed assillante e lo stesso canovaccio viene riproposto in Never Still Again che inizia con un tipico riff alla Edkins.

Si finisce l’ascolto di “Up on Gravity Hill” con un minor senso di stordimento e ci si sente sospesi in una sorta di bolla frastornante ma allo stesso tempo sognante. Come una scintilla esplosa all’improvviso, pur senza perdere di vista una certa urgenza strutturale, fondamentale nel loro universo musicale, i Metz hanno mostrato un gran coraggio che gli vale un plauso oltre che mezzo voto in più per la prova.

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