Tre Allegri Ragazzi Morti – Garage Pordenone

Recensione del disco “Garage Pordenone” (La Tempesta Dischi, 2024) dei Tre Allegri Ragazzi Morti. A cura di Fabio Gallato.

E penso che nessuno
Me l’ha insegnato mai
Nemmeno quella luna
Che mi manipola
Che mi fa stare sveglio
Quando gli altri no
Che quando sono svegli
Non mi interessano

Crocchette buone

Il bello dei Tre Allegri Ragazzi Morti è che passano gli anni, passano le mode e le stagioni, ma la loro poetica rimane immutata, l’immaginario delicato che hanno plasmato lungo 30 anni di carriera non muta, semmai si adatta alle circostanze, alla vita che scorre. Come in una di quelle soap irrinunciabili, si può riprendere dal nulla dopo averli messi da parte per qualche tempo, per qualche disco, e riannodare i fili del discorso in un men che non si dica. Più familiarità che prevedibilità.

Il loro decimo album, che arriva appunto mentre i 3 friulani festeggiano il trentennale di una storia unica nella discografia italiana, e lo fanno decidendosi di mettersi di nuovo in gioco, senza scivolare nel solo e solito autoreferenzialismo del caso, si intitola “Garage Pordenone” e già qui si legge una dichiarazione di intenti: “Garage Pordenone” è infatti la scena della cittadina friulana sul finire degli anni ’80, quando il termine scena aveva un senso e in cui i nostri hanno ben ficcate le radici; ma è anche letteralmente un garage situato nel cuore di Milano, centro lisergico della musica odierna. Ieri e oggi, insomma, si rincorrono lungo 12 tracce che sono sì riassunto di una vita, ma anche, alla consueta maniera dei TARM, una luce che si posa con ironia e comprensione sulle storture del presente.

Non mancano i classici personaggi del già ricco campionario del trio friulano: c’è Jessica Dislessica, i cui presupposti per l’esistenza sono la techno e i cadaveri e si muove su di indie pop scanzonato e agrodolce, e Greta e la bambina, che va in cerca di pianeti che ridono e nuovi mondi naif fino a surfare su onde di garage à la Jack White. Colpiscono però, più dei momenti più movimentati e danzerecci (oltre alle due sopracitate ci sono anche L’oscena, La misura e l’opener Ho’oponopono), gli episodi più malinconici e in chiaro scuro del disco, per la verità la maggioranza. Le potremmo definire ballate, non sbaglieremmo di tanto: brani come La sola concreta realtà, Fino a quando dura, Che cosa hai visto tu?, Crocchette buone e Robot rendez-vous, che viaggiano tra sonorità acustiche o in genere rallentate, quel pop onirico di cui sono i soli possessori delle chiavi di accesso, sono forse la dimensione in cui oggi i Tre Allegri Ragazzi Morti si sentono più a proprio agio e con la quale possono serenamente continuare a regalare visioni ed emozioni nuove, o almeno quello sguardo di salutare pietà che dona alla vita quel senso che cerchiamo.

Fa piacere ritrovarli in forma, mai stanchi o appagati, magari non sempre incisivi come un tempo, ma a fuoco, fantasiosi e poetici. Non era scontato.

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