Incubus – Morning View XXIII

Certe cose è meglio lasciarle così come sono ché, nel bene o nel male, fotografano un momento specifico e nella nostra vita e nel percorso di una musica alternativa che, ad un certo punto, è diventata sempre meno alternativa, ma che era il suono di anni irripetibili

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Quando ventitré anni fa comprai “Morning View” ne fui immensamente deluso. Gli Incubus a cui ero avvezzo erano quelli di “S.C.I.E.N.C.E.”, scoperti nel sampler live in appendice a “Life Is Peachy” dei Korn e sulle pagine di “Hard” (che a discapito di quanto potrete pensare dato il titolo non era una rivista solo per adulti), e “Make Yourself”, quindi, per quanto poteva concernere al me ragazzino, il disco registrato in riva all’oceano non poteva che essere un enorme passo indietro. Ero l’unico, di sicuro, tanti miei coetanei anche piuttosto incarogniti se ne andavano in giro fischiettando Are You In?.

Non che mi aspettassi chissà quale disco iper nu-metal incazzoso e scatarrante ferocia, tutto considerato Brandon Boyd, Mike Einziger e soci non suonavano perché traumatizzati o imbestialiti con l’universo, lo dicevano e lo ribadivano, se non fosse già chiaro da contenuti e ballad già sparse in quei due dischi là, e nemmeno che d’un tratto diventassero una band originale, ché qui sempre di “rapina” s’è parlato. Derivativi come pochi altri, ma comunque, funzionali. Divertenti. Belve. Ma “Morning View” continuava a risultarmi indigesto, al punto che finii per perdere il CD, cosa demenziale per uno come me che non ha ancora mollato la presa dalla sua copia di “Olmo and Friends”, con Fabio De Luigi impresso immortalmente in copertina. Fate vobis.

Intanto questi ventitré anni sono passati in un soffio, gli Incubus hanno inanellato un altro tot di dischi molto meno che mediocri (eccezion fatta per il bel “A Crow Left of the Murder”, quello sì che era un passo avanti di un certo livello), portandomi infine a ignorarne l’esistenza. Gli anni per Boyd non sono passati, vocalmente e fisicamente, ché a vederlo sembra ancora un ragazzino, quindi perché non riflettere questa eterna giovinezza in un disco che invece invecchiato lo è, e nemmeno poco.

Col tempo mi sono reso conto di essere stato forse poco indulgente con un album che qualcosa da dare ce l’aveva, magari non tanto, ma qualche spunto, forse, un ponte verso l’altrove, visto mai. L’impressione che gli Incubus stessero accarezzando la grande bestia MTV per il verso del pelo era già evidente, forse anche con il precedente, ottimo e già menzionato “Make Yourself” (Drive, indubbiamente un pezzone, è comunque un singolo confezionato appositamente per l’heavy rotation eterna, tipo girone infernale dei tormentoni alt), ma è con “Morning View” che sboccia la band piaciona, che non occhieggia più di sottecchi alle classifiche, ci finisce magari senza ragionarci troppo (anche se alla Epic certamente un paio di scommesse sono partite, altrimenti sai che buco nell’acqua e non di certo il primo), che manda al diavolo il nu-metal – Einziger additerà i Korn, loro salvatori, come coloro che rovinarono la musica – e si butta in quel rock moderno, collegiale e surfistico (l’Oceano è a due passi, le droghe sono buone, il successo ormai è compagno fedele di avventure), quindi why not? E così arrivano svariati dischi d’oro e di platino.

E rieccoci a quel numerino che oggi il gruppo appone a seguito del titolo, “XXIII”. Perché un gruppo dovrebbe fare una cosa simile a quella che è stata senza ombra di dubbio alcuno, la gallina dalle uova d’oro? Boyd dixit: “È il risultato del nostro desiderio di onorare questa splendida eredità ma anche di re-immaginarla come musicisti che eseguono con amore queste canzoni notte dopo notte negli ultimi 23 anni.” Spiegazione paracula, c’è un tour di mezzo e forse ben poche idee per il futuro – contate che “8” risale a sette anni fa, e a parte un paio di EP scontati e mal assortiti qui si batte la fiacca – quindi meglio ripiegare sul sicuro, che forse sicurissimo non sarà, il rischio c’è quando metti le zampe sul “capolavoro”. Pisciare fuori è un attimo, oppure non metterci su un cazzo di niente, prendendo la palla al balzo per spillare un po’ di soldi ai fan. Lo hanno fatto anche i Guano Apes con “Proud Like a God” con risultati altalenanti, ed è solo uno di tanti esempi, ché sembra diventato di tendenza rimestare nel torbido.

Ma, insomma, il risultato? Quello di tutte le auto-cover. Non si aggiunge granché, una intro allungata (leggi: soporifera) a Nice to Know You che ti fa venir voglia di mandare avanti fino alla ciccia, la quale risulta non dissimile all’originale, se non un po’ spompa. Capita anche altrove, in quei rari casi di urgenza di un disco molto “smooth”, tipo Blood on the Ground che qui è ripulita, ricalibrata, voce meno schioppata, più cosciente dell’età che in fondo avanza, alla sfrontata Circles vengono abbassati i giri, aggiunti del passaggi che sono la solita ruberia a sei corde chilipepperiana (dentro di me ci sono due lupi, hanno perso il pelo ma il vizio proprio no), solito flauto là in mezzo, giusto l’aggiunta della coda questa volta scippata a Kim Thayil mette un po’ di pepe evitando il torpore finale, che coglie invece nel bel mezzo di Under My Umbrella che a ‘sto punto si poteva anche solo rimasterizzare e bona lì, ma invece registriamola di nuovo, che era il pezzo più speziato del lotto, perché non abbatterlo con un paio di schifezze electro mal messe? Why not, di nuovo.

I due singoloni che li spararono nel cosmo: Wish You Were Here resta così com’è, Are You In?, già abbastanza Maroon 5 completa la trasmigrazione, con giusto un po’ più di drive (no pun intended) e momenti di chitarra “hard” rock che male non farà, o forse sì, anzi, di certo sì. Tralasciamo per decoro quella fricchettonata di Aqueous Transmission, che era già una palla al piede nel 2001, figurarsi oggi, e così tutte le varie 11am, Just a Phase e Mexico, che non sono cambiate di una virgola, a brillare è il nuovo suono, il resto rimane un enorme, indecoroso sbadiglio.

A questo punto se non avessi dovuto scriverne mi sarei già bell’e che addormentato. Tiriamo le somme? Ma sì: certe cose è meglio lasciarle così come sono ché, nel bene o nel male, fotografano un momento specifico e nella nostra vita e nel percorso di una musica alternativa che, ad un certo punto, è diventata sempre meno alternativa, ma che era il suono di anni irripetibili. Se non fosse chiaro la Treccani ci viene in aiuto: irripetìbile1 (letter. irrepetìbile) agg. [der. di ripetere, col pref. in-2]. – 1. Che non si può ripetere, cioè che non può accadere, manifestarsi una seconda volta: esperienza i.; colpo di fortuna irripetibile. In soldoni: meglio un disco di merda ma nuovo che le cover di sé stessi, ma giusto un po’ per decenza.

It’s all been saved
With the exception for the right parts
But when will we be new skin?

Eh, bella domanda, Brendon. La risposta è: probabilmente mai.

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