Beth Gibbons – Lives Outgrown

Recensione del disco “Lives Outgrown” (Domino, 2024) di Beth Gibbons. A cura di Giovanni Davoli.

C’è un artista che, in trent’anni esatti di carriera ha prestato la voce solo a una manciata di dischi, quasi tutti capolavori destinati a durare. Beth Gibbons è quell’artista e “Lives Outgrown” è l’ultimo di quei capolavori. Mi ci vedo perfettamente, tra vent’anni, a mettere ancora su e (pensare di) cantare con lei Floating on a Moment. E mi passa per la mente che vorrei essere come lei: riservato, di poche parole e poche azioni, ma giuste. Centrato, anche geograficamente invece che sempre in giro come me: nata e cresciuta nella stessa fattoria della sperduta campagna britannica dove oggi vive. Attento all’essenza, non all’apparenza. Oppure no. Va bene essere come sono, fin quando posso ascoltarla cantare come canta.

E come fa a cantare in quel modo da almeno trent’anni ad oggi? Chiamatelo talento. Chiamatelo come volete, resta comunque un mistero. E cosa è quella cosa che ti consente di firmare un contratto discografico nel 2013 per uscire solo nel 2024, senza avere, nel frattempo prodotto altro? 11 anni di gestazione, gli stessi che erano passati tra il secondo e il terzo (e ultimo finora) dei Portishead. Certo, alle spalle ha proprio quei tre dischi che le hanno garantito gloria e soldi eterni. Spalle larghe, dunque. Ma anche artisticamente. Perché della gloria acquisita devi (dovresti) saper rimanere all’altezza, evitare di sputtanarla.

Non è chiaro ancora, almeno a me, se in questa opera vi sia davvero qualcosa di nuovo, mai sentito prima dal mondo. Non credo che, come accadde con “Dummy”, questo disco diventerà uno standard amato e imitato dalle folle. Uno di quei dischi che definiscono, quando non lo inaugurano, un genere. Eppure, nemmeno è chiaro di che genere stiamo parlando. Io, per non sbagliare, ho seguito le indicazioni di Wikipedia. “Chamber Pop” ci sta, ma è stretto. Infatti, “Lives Outgrown” finisce per essere un disco unico che riflette precisamente l’essere umano che ci ha messo voce, faccia e nome. Quindi unico come ogni persona. Come tale, pieno di strati e la cosa a cui mi assomiglia di più sono i Dead Can Dance, altro che pop.

Tutti dovremmo essere come Beth, dicevo. Ma nessuno ha la sua voce. “Lei è magica”, dicevo ad un amico qualche giorno fa ancor prima di aver potuto ascoltare il nuovo disco. E avevo ragione. Che pure, la voce, qui, non è la stessa che abbiamo sentito con i Portishead. Forse gli anni hanno fatto il loro corso. O forse è il mix che la tiene volutamente a bada. O forse è lei che semplicemente si contiene. Perché, come ci dice lei stessa, “le frequenze alte creano dipendenza glicemica come gli zuccheri e il sale”, quindi vanno evitate. Il risultato, necessariamente e ad un primo ascolto, suona come un disco cupo. Ma non sappiamo se questo rifletta il suo stato d’animo e quanto Beth lo sia davvero cupa. E anche se lo fosse, appare chiaro, sono affari suoi. Lei non canta, non lo ha mai fatto, di se stessa, ma del suo mondo interiore.

Poco sappiamo di Beth Gibbons noi fan, a parte la storia della fattoria. Non ci serve, non ne siamo curiosi. Ci basta quella voce, così squisitamente femminile, che viene da un mondo profondamente interiore e intimo. Ci bastano dischi come questo. E speriamo per il prossimo di aspettare altri 11 anni.

Post Simili