St. Vincent – All Born Screaming

Recensione del disco “All Born Screaming” (Virgin Music Group, 2024) di St. Vincent. A cura di Davide Bonfanti.

Da qualche album a questa parte la produzione musicale di Annie Erin Clark, alias St. Vincent, sembra costantemente indirizzata alla concretizzazione di un’Idea, vale a dire al tentativo di dare una forma tangibile ad un prodotto della mente e delle riflessioni di Clark. È una storia che apparentemente potrebbe stare alla base di un qualsiasi concept album; basta però soffermarsi sulle peculiarità del percorso artistico dell’artista statunitense per rendersi conto di come si tratti di qualcosa di ben più profondo e viscerale. Fin dalla frenesia sintetica e graffiante del self-titled “St. Vincent”, la percezione è che Clark non abbia mai voluto limitarsi a costruire della musica attorno a un’idea, seguendo l’approccio classico del trovare un filo rosso che attraversi la propria musica. Piuttosto, l’intenzione sembra diventare progressivamente quella di diventare essa stessa l’Idea che sta cercando di perseguire – Idea sempre diversa e tuttavia perseguita in modo via via più spasmodico e ossessivo.

È questo che ha portato a dischi come “Masseduction”, primo vero episodio nel quale si infrange la parete tra narratore e narrato, con Clark che assume le vesti di una dominatrix di masse in tacchi a spillo e latex, personificazione delle innumerevoli e seducenti tentazioni narrate nell’album; il racconto prende forma nelle carni e nei costumi di Clark, e nel momento in cui canta le infinite sfaccettature delle seduzioni di massa sfonda la barriera tra rappresentazione e realtà, portando in vita la prima mentre modifica la seconda. Stessa cosa per il successivo “Daddy’s Home”, ulteriore passo avanti nella personificazione dell’idea rappresentata. Qui Clark, nei panni di St. Vincent, indossa le vesti di Candy Darling, attrice famosa per aver partecipato ad alcune pellicole di Warhol tra gli anni Sessanta e Settanta, giocando ancora una volta con la personificazione dell’Idea; la Candy Darling sul palco diventa quindi cantrice di sé stessa e al contempo di St. Vincent, facendo svanire ancora una volta le distinzioni tra persona e personaggio, in un sovrapporsi di identità da cerchio alla testa. 

Arriviamo così alla nuova uscita, “All Born Screaming”. Un disco che apparentemente segna un ritorno alle origini: nessun alias, nessun ego, nessuna Idea da incarnare e strappare dal piano del mentale per portarlo in quello fisico; piuttosto, una sorta di reset che dovrebbe ripulire dalle molteplici identità sovrappostesi nel corso degli anni per far riemergere la vera St. Vincent. Solo St. Vincent che fa St. Vincent, insomma. Questa affermazione apparentemente lineare è però il punto esatto dove la frattura avviene: perché dopo tutti questi anni di stratificazioni ideologiche, di impersonificazioni, di giravolte concettuali attorno alla propria musica e alla propria identità, ritornare ad essere semplicemente se stessi non è più una via facilmente percorribile.

Nel corso di “All Born Screaming” la cantautrice fa quello che ogni artista dopo quasi due decenni di attività e svariati album di successo farebbe: raccoglie i frutti di ciò che ha seminato. Ecco quindi emergere canzoni che sembrano il prodotto di fornicazioni sonore tra tutte le precedenti uscite della cantautrice, un’orgia acustica fluida e proteiforme. Per quanto magistralmente tenute insieme, non c’è molta novità; dire di chi sono figlie le canzoni, a livello di rimandi alla sua discografia, è abbastanza intuitivo. Ma non è soltanto questo a far alzare più di qualche sopracciglio durante l’ascolto.

Con un certo, inspiegabile disagio, ci si accorge presto che l’impressione dell’assenza di un’Idea da perseguire è, appunto, soltanto un’impressione. Nonostante l’apparente maggiore linearità di quest’album a livello di espedienti narrativi e artificiosità artistiche, anche in questo disco troviamo un layer interposto tra St. Vincent e l’espressione della sua autentica identità. Non è dato sapere se si tratti di qualcosa creato intenzionalmente, o se sia piuttosto l’inevitabile conseguenza di anni passati a nascondersi in piena vista.

In “All Born ScreamingSt. Vincent è rigida, innaturale, esattamente come nel materiale fotografico e video che accompagna questa nuova fase dell’artista: immagini traslucide e volutamente artificiose, punteggiate di tanti piccoli dettagli fuori posto al solo scopo di instillare un sottile disagio che rasenta l’uncanny valley – quell’effetto psicologico per cui qualcosa dalle sembianze quasi umane ci suscita una reazione di repulsione e disagio. Una St. Vincent che è quasi St. Vincent

Il sospetto è che St. Vincent abbia perso la bussola della propria identità, un’identità ormai inafferrabile in sé e definita solamente dal vorticare da una maschera all’altra; che non riesca più ad essere sé stessa, ma solamente ad interpretare l’Idea che ella ha di sé stessa, come se St. Vincent fosse solo un’altra – l’ennesima – identità di St. Vincent. Ecco, quindi, che l’apparente linearità di questo ultimo progetto nasconde una torsione interpretativa ben più radicale, nella quale l’artistanon mette in scena St. Vincent, ma l’Idea che ella ha di St. Vincent

Il risultato non può che essere posticcio e plasticoso. È come se qualcuno si mettesse ad imitare sé stesso, invece che semplicemente…esserlo. Lo riconosceremmo, ma avvertiremmo il disagio, la stranezza nel vedere questa strana messinscena che qualcuno fa della propria identità. È soltanto l’oggettivo talento dell’artista che previene dal finire in una autocaricatura conclamata. Forse è il momento per Clark di prendersi del tempo per rimettere a fuoco le coordinate della propria persona artistica.

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