Kamasi Washington – Fearless Movement
Recensione del disco “Fearless Movement” (Young, 2024) di Kamasi Washington. A cura di Riccardo Milasi.
Kamasi Washington, in veste cult, seduto, ci osserva e come al solito quando decide di pubblicare qualcosa di nuovo, ed è una manna, riscrive a modo suo la storia del tempo nella sua essenza, in una veste più vivace, mescolando adeguatamente free jazz, voci e personalità di riferimento.
“Fearless Movement”, prodotto dall’etichetta Young, è un ode al lasciarsi andare alla più naturale delle nostre paure, il movimento, senza pensarci troppo su. Mai titolo di album fu cosi azzeccato: è un disco in cui rifugiarsi e allo stesso tempo esaltarsi. Pala per scovare il movimento e l’azione di fronte ad un mondo troppo spesso immobile. Indifferente alle ingiustizie, indelebile segno della passività.
Oggetto musicale che ancora non esisteva nella produzione dell’artista statunitense, scioccante per la miscela di stili musicali, ridondante per la sua libertà. Espressione della zona di comfort dell’artista che lo aiuta ad esprimersi al meglio, ovvero la possibilità di vagare e divagare in uno spazio tempo in cui muri sociali e politici descrivono l’altro riluttante, una zona in cui incontrarsi e conoscersi per superare i propri limiti.
Collaborazione ancora una volta essenziale tra l’etichetta Young di Theron “Tee” Thomas , mentore della figura eccentrica di Kamasi Washington e lo stesso artista a tutto tondo che, partendo dal suo sassofono, si piazza in mezzo a tutte le uscite della primavera, e come un elefante rimane impresso per sostanza. Mostra pure una condizione invidiabile per disarmare l’ascoltare inerme attraverso una sfilza di nomi che, messi in fila, fanno impressione, solo da immaginare tutti nella stessa stanza, figuriamoci una collaborazione che diventa albero di un estetica del suono unicamente sensazionale.
Frutto di uno stato di fatto, massimalista nel suo essere saggio, manierista, dotto e rigoroso: “Fearless Movement” è emblema di un Jazz godereccio che coglie impreparati anche i più senzienti in campo musicale e che dovrebbe semplicemente spingere a lasciarsi andare al modo di far cultura di Kamasi, scorgendo piano piano e senza fretta un lavoro che fa condensa di un panorama terreste dolcemente tondo, un modo di veder le cose della vita con delle lenti diverse, brano per brano.
André 3000 in Dream State è un lampante esempio di come la libertà di espressione di entrambi gli artisti combaci alla perfezione, sintonizzandoci con un mondo che va oltre la nostra immaginazione. Brani che hanno il sapore di storie, racconti da condividere con forme sempre uniche della stessa arte, in un crescendo di preziosismi e riscoperte mai banali. Riverbero musicale, seducente e complesso, ritmato e facoltoso, insoddisfatto e curioso. Visionario e innovativo in Get Lit, dove grazie alla presenza di George Clinton Kamasi Washginton apre lo sportello del funk, salendo a bordo di un’astronave, arrembante e raggiante:
yo let’s get
lit there’s some get to be got
with let’s
get let the get get got
with when the get get good get back to
get got get better get
gone get
“Fearless Movement” è un album difficilmente etichettabile, volutamente contenitore di habitat impacchettati e decorati, oggetto vivo e dono dell’artista. Gioco di sguardi, gioco di strumenti, in cui l’improvvisazione rasenta il modus operandi del primo Pasolini senza mai lasciare nessun aspetto al caso. Ipnotico esempio di come la ricerca dell’equilibrio, anche nell’arte, faccia fiorire in maniera concreta progetti interessantissimi come è tutta la carriera di Kamasi Washington.
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