Mono – Oath

Recensione del disco “Oath” (Pelagic Records, 2024) dei Mono. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

Tre anni fa parlavo di “Pilgrimage of The Soul”, undicesimo lavoro dei Mono, come di un processo doloroso, un corridoio da attraversa per trovare una presunta pace. Vedendo la carriera della band giapponese come un lungo concept, “Oath” è quel punto di arrivo, pur sempre non definitivo (c’è sempre un altro luogo superno da esplorare).

Taakakira “Taka” Goto punta il dito su un mondo dominato dalla smania di arricchirsi a discapito dei più deboli, abitato da esseri umani dimentichi di chi sono, la cui competitività è il vero virus di un’era antropocentrica che tutto distrugge. I Mono immaginano l’ascesa a uno stadio di pace e calma, di riconciliazione e vita. Soprattutto vita. Lo fanno accendendo un faro che illumina il mare dipinto in “Pilgrimage”, ritirano i remi e proseguono il cammino a piedi, guardando il cielo. A fare da guida le fasi ritmiche di Dahm Majuri Cipolla, presente più che mai, il cui compito è sorreggere l’etereo incastro ordito da Taka, Kunishi e Yoda, che si compattano per lanciare lo spirito dritto tra le nuvole.

Reflection racchiude un anima krautrock, serrata su intrecci spirituali in crescendo. Il trittico composto da Us, Then, Oath e Then, Us scorre come un fiume in piena, carica al massimo le parti orchestrali, fiati che carezzano l’animo e lo sospingono altrove, incuneando baluginii di elettronica che illuminano il mondo sotterraneo ed esplosioni chitarristiche. Hear the Wind Sing cresce swingando, si muove lenta e morbida, un calore infuso dalle chitarre che più salgono più scaldano senza mai strabordare, tenendosi per mano con l’aria dipinta dagli archi. I fuochi fatui dei synth di Hourglass fanno da guida, è una suite luminosa, pacifica, post-rock al suo massimo espressivo, una nodo alla gola che si scioglie esplodendo e generando la corrente verticale di Moonlight Drawing, sezione ritmica sabbatica per un rituale di cristallo, ballata che sa di mondi antichi e perduti. A trapassare il velo nella conclusiva Time Goes By è il basso di Kunishi, pulsa senza pausa e fa da ponte alle melodie che vanno via via gonfiandosi, la batteria più pressante che mai, le sei corde affilate e infine l’apice, enorme e sconfinato, un canto elettrico e liberatorio. Un canto di vita, per l’appunto.

Taka ricorda con dolcezza Steve Albini e, se “To All Trains” è stato il suo canto del cigno distruttore, “Oath” lo è da un altro punto di vista, ricordando ora e per sempre la differenza immensa che può fare l’organizzazione di un suono lasciato libero di espandersi senza costrizioni.

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