Alcest – Les Chants de l’Aurore
Recensione del disco “Les Chants de l’Aurore” (Nuclear Blast, 2024) degli Alcest. A cura di Fabio Gallato.
Ce soir les étoiles dansent
L’Enfant de la Lune
Pour raviver l’esperance
Il blackgaze è per definizione terra di commistione e gli Alcest ne sono sovrani: la creatura di Neige, in una carriera lunga ormai 25 anni, da pioniere del genere, ha infatti plasmato un universo inedito che ha sempre mescolato generi musicali ed emozioni, riuscendo spesso e volentieri a sintonizzarsi con le frequenze emotive dell’ascoltatore, soprattutto quando cercava di neutralizzare i propri personalissimi demoni. “Les Chants de l’Aurore“, settimo album in studio, è invece, già fin dal titolo un’opera cangiante che sa di ripartenza, forse più personale che artistica. Lo stesso Neige, infatti, nel presentare il disco ha dichiarato:
Il luogo da cui traggo ispirazione è un luogo di pura armonia e luce. Ho i miei problemi e demoni, ma c’è un luogo dentro di me che è molto più in pace e armonia. Quindi ho preso ispirazione da questa parte di me stesso, piuttosto che dalla parte oscura.
E non è certo un caso che il brano di apertura si intitoli Komorebi, termine giapponese che indica la luce che filtra tra le fronde gli alberi, ma che nella tradizione nipponica è al tempo stesso una sensazione, quella di ritrovare la pace dopo un periodo di estrema oscurità. È un brano avvolgente e per certi versi confortante, in cui le chitarre affilate di “Spiritual Instinct” lasciano spazio a melodie più temperate, ammorbidite ulteriormente dall’ingresso in campo della viola – novità del blocco che ritroveremo poi – e dalle voci angeliche con cui Neige fa da contralto al drumming di Winterhalter, al solito preciso e furibondo.
Si potrebbe obiettare fin da subito che non è nulla che gli ascoltatori della band francese non conoscano già, ma è come se gli Alcest ci tengano a dimostrare ancora che con gli stessi elementi possono sempre colpire il bersaglio pieno, sfuggendo alle ombre dei generi musicali che da sempre intrecciano nella loro tela solida e glaciale, in cui non c’è spazio per l’ingessatura dello shoegaze, la prevedibilità del post-rock o la schematicità del blackgaze.
È così in Améthyste, che accelera i ritmi e reintroduce lo screaming, ma lo affianca ad una struttura quasi progressive rendendola un microcosmo dagli svariati volti, o ancora in Flamme Jumelle, un brano che molte band dream pop vorrebbero aver scritto, e Réminiscence, toccante intermezzo di piano, voce e viola che incornicia la successiva L’Enfant de la Lune, altro episodio ricco di saliscendi, un viaggio il cui percorso è ignoto ma la cui destinazione è una luce accecante.
Si utilizzerà certamente il termine catartico nel descrivere “Les Chants de l’Aurore“, ma si potrebbe benissimo usare anche il termine gioioso, ed è questa la novità più importante di un disco che sorprende nell’attitudine più che nelle sonorità: un’ascesi di bellezza e guarigione oltre i limiti del blackgaze, ma soprattutto oltre i confini della realtà. Se è pur vero che gli Alcest non hanno mai cessato di emozionare, qui lo fanno con una forza ed una consapevolezza estremamente rinnovate.



