Sufjan Stevens – Seven Swans (20th Anniversary Deluxe Edition)
Le delicate canzoni di “Seven Swans” suonano come un salmo, una preghiera, una cantilena magica e onirica, accompagnate soltanto da chitarra acustica, un elegante banjo e un sommesso organo. E dalla pacatezza, a tratti confessionale, della voce di Stevens, fragile e laconica.

Era il lontano 16 marzo 2004 e Sufjan Stevens pubblicava il suo quarto album in studio “Seven Swans”.
All’epoca il Guardian lo definì “un disco di notevole delicatezza e di genuina diversità”, tanto bello quanto commovente, tanto diverso dai precedenti quanto innovativo. Nei vent’anni trascorsi dalla sua uscita, “Seven Swans” non ha visto sfiorire la sua struggente bellezza, ma ha consolidato, al contrario, il suo posto come album fondamentale nel catalogo di Sufjan.
Proprio in occasione del suo ventesimo anniversario viene ristampata una Deluxe Edition, tramite la sua labl Asthmatic Kitty, contenente ben due bonus track, I Went Dancing With My Sister e Waste Of What Your Kids Won’t Have, incise su flexi-disc e disponibili digitalmente per la prima volta. Le versioni fisiche saranno disponibili in una varietà di formati, inclusa un’edizione con Picture Disc Zootrope, creato in collaborazione con Stephen Halker e Drew Tetz, un vinile argentato e bicolore, un CD e altro ancora. Anche la copertina dell’LP si veste di nuovo: testo e cigno sarannno in rilievo e rifiniti con finitura lucida.
Ma com’è nato “Seven Swan”? “Seven Swans” fu prodotto da Sufjan con Daniel Smith presso l’home studio di Smith e presso la New Jerusalem Rec Room a Clarksboro. Dopo aver volteggiato con i tre album precedenti tra folk, lo-fi e techno sperimentale arrivò la delicatezza, la semplicità e la serietà del quarto disco, vero e proprio amalgama di allusioni letterarie, temi spirituali cristiani e brucianti rivelazioni personali.
Spendere troppe parole su un disco come “Seven Swan” sarebbe inutile, ricco com’è di quella raffinatezza emotiva e di quella meraviglia compositiva, quasi infantile. Le composizioni sono acustiche e lussureggianti, un misto tra terreno e ultraterreno. E proprio alla fede cristiana sembra avvicinarsi Sufjan tra moderni inni di introspezione carichi di speranza, mistero e saggezza. “Seven Swans” è stato a tutti gli effetti il suo “album cristiano”, il quale, però, non punta al proselitismo, non ci invita ad una conversione religiosa, ma piuttosto ci invita a quell’innata compassione umana.

Le delicate canzoni di “Seven Swans” suonano come un salmo, una preghiera, una cantilena magica e onirica, accompagnate soltanto da chitarra acustica, un elegante banjo e un sommesso organo. E dalla pacatezza, a tratti confessionale, della voce di Stevens, fragile e laconica.
Sufjan Stevens con “Seven Swans” ci dimostra, anche vent’anni dopo, che l’era dei miracoli dell’ispirazione non è ancora finita. Il disco è tuttora un’opera in costante movimento, delineata da un suo senso di intimità profondo; una tavolozza minimalista e scarna in cui Stevens raccoglie con gentilezza inni, riflessioni e note di speranza.

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