“Catartica” e i Marlene Kuntz erano quello di cui la musica italiana aveva bisogno

Ogni canzone è tessera di un mosaico perfettamente riuscito che il tempo ha saputo conservare con mirabile lucentezza. Tratti decisi che descrivono adesso rabbia, ora malinconia, poi attimi di vita quotidiana, feste del cazzo, gente che sa solo criticare, foto d’epoca, brividi, noia.

Amazon button

1994. Maggio. 13 maggio. Era un venerdì. Ricordassi anche dove ero, cosa facevo, cosa pensavo quel preciso giorno, vorrebbe dire avere una memoria eidetica, ed io non ce l’ho.

Quello che però ricordo benissimo sono le sensazioni che quel disco, questo disco, mi dette fin dal  primo ascolto.

Ma ancor prima di averlo acquistato ricordo quei manifesti in giro per Firenze per il loro concerto alla Flog…la mitica Flog! La grafica semplice, essenziale. Marlene Kuntz! Niente altro. Marlene scritto in bianco, Kuntz in nero. Il tutto su un minimale sfondo monocolore. Lo ammetto, ne ero già fan ancor prima di averli ascoltati. Può succedere? Si. Certe cose si sentono. E io lo sentivo.

Per la cronaca quel concerto, ahimè, lo persi. Troppi esami da preparare, che forse in realtà andarono anche male. Poi l’acquisto e finalmente quell’agognato primo ascolto. Il cd che scivola sul piatto che rapido si ritrae all’indietro. Play.

MK e Festa mesta, le prime due tracce del disco, suonavano già come puro manifesto di ciò che sarebbe stato l’intero album. Poi però succede che arriva la canzone successiva, la numero 3 e niente più come prima. Un battere di metallo. Effetto Larsen. Saturazioni. Quel primo giro di chitarra che lasciava spazio a un tempo sospeso in attesa dell’arrivo del cantato.

…Orso si sposta goffamente
Con passo irregolare
Nel flusso irregolare della gente che scontra/
Le mani dentro a un buco/
Tasche sfinite/
Vociare di monete obsolete…

E chi non ha letto questi versi cantando, sta meschinamente mentendo. Il noise era finalmente tra noi. Il suono avanguardistico della gioventù sonica di New York era giunto e a riversarlo nelle nostre città erano stati 4 ragazzi della provincia di Cuneo. Faccio fatica ancora oggi a parlare di un pezzo come Sonica senza perdere il totale controllo di me.

…Fragori nella mente, rumori, dolori
Lampi, tuoni e saette, schianti di latte
Fragori e albori di guerre universali
Scontri letali sonica, sonica, sonica, sonica…

Dei del cielo! Ma allora esistete davvero, pensai.

Gli anni ‘90 sono stati la rinascita della scena alternativa italiana e se lo sono stati, lo devono a dischi come questo. Immancabile, imperdibile, seminale…catartico. Tempo per riprendersi dalla trance ipersonica non ce n’è perché nel preciso momento in cui torni a respirare dopo aver pogato da solo, in camera, per tutto il finale della canzone e con il volume in cuffia a livelli smodati, arriva Lei.

Si. Lei. Così. Senza preavviso. Dal rumore che d’improvviso si fa silenzio, una voce inizia a sussurrarti all’orecchio:

Pelle
È la tua proprio quella che mi manca
In certi momenti e in questo
Momento è la tua pelle ciò che sento
Nuotando nell’aria…

E si, anche questi versi li abbiamo letti tutti cantando.

L’amore poco corrisposto e fatale, descritto per stessa ammissione del suo autore, Cristiano Godano, di cui i tre accordi di Nuotando nell’aria raccontano, fanno commuovere oggi con la stessa intensità di 30 anni fa. La sua incredibile bellezza è rimasta immutata, niente è riuscito a scalfirla. Lacrime ancora oggi che scivolano a solcare il viso.

Se Sonica è il brano manifesto dell’intero album, è però Nuotando nell’aria la canzone che più di tutte mette d’accordo ancora oggi praticamente la totalità dei fan nel farne la più bella del disco. E non solo di questo a mio avviso.

Per far entrare “Catartica” nella storia della musica italiana sarebbero bastate anche soltanto queste prime 4 canzoni, ma la verità è che c’era ancora molto altro.

Foto: Guido Harari

Giù giù giù e poi Lieve, santificata da quella meravigliosa cover che i CSI ne fecero in quella storica, direi quasi leggendaria, puntata di Acoustica per VideoMusic nel 1994 (…No, ho detto VideoMusic, non MTV!), sono infatti altri due momenti vertiginosamente alti del disco.

E poi…e poi arriva Trasudamerica e per quanto mi riguarda l’aria si fa ancora più rarefatta. Da perdere l’equilibrio. Siamo all’esatta metà del disco, mancano ancora Fuoco su di te, Merry X-mas, Gioia (che mi do), Canzone di domani, Mala mela, 1º 2º 3º, Non ti scorgo più e se davvero iniziassi a parlare di tutte, una ad una, ne verrebbe fuori un saggio più che una recensione e quindi, anche se la tentazione è tanta, facciamo che mi fermo qui.

Ogni canzone è tessera di un mosaico perfettamente riuscito che il tempo ha saputo conservare con mirabile lucentezza. Tratti decisi che descrivono adesso rabbia, ora malinconia, poi attimi di vita quotidiana, feste del cazzo, gente che sa solo criticare, foto d’epoca, brividi, noia, goia.

“Catartica”, data di uscita 13 maggio 1994, 30 anni fa, è il primo album dei Marlene Kuntz, il disco che gli stessi autori descrivono come l’album che hanno rischiato di non fare e sarebbe stata davvero una mancanza troppo grande per tutti noi, fan e non, se questa perla di rara bellezza non avesse visto la luce.

La musica italiana sarebbe stata orfana di quella dose di noise romantico e decadente di cui aveva viscerale bisogno.

Post Simili