Wilco – Hot Sun Cool Shroud
Recensione dell’EP “Hot Sun Cool Shroud” (dBpm Records) dei Wilco. A cura di Francesco Giordano.
Sabato pomeriggio. Sdraiato, a letto, aspetto qualcosa. Aspetto che qualcosa accada, che questa giornata prenda senso. Alle 18 iniziano gli Europei di calcio, sì, ma la partita è una di quelle dall’esito scontato, Italia – Svizzera, e ho davvero voglia di guardarla? Fuori, il tempo, sicuramente non aiuta: sembra possa scoppiare un nubifragio da un momento all’altro e fa un caldo atroce. Un caldo umido, di quelli che fa sudare anche stando fermi ed in mezzo alla corrente. Sempre nel letto, cerco di riprendermi dalla serata prima, sbronza pazzesca. Mi tiro su, mi trascino in bagno e mi butto sotto la doccia. Il tempo di asciugarmi e son già sudato ma mi squilla il cellulare. È un amico, mi propone una birra prima della partita “giusto per prepararci”. Ma sì dai, gli dico. Mi vesto e lo raggiungo. Prendiamo un paio di birre al minimarket di zona e ci spiaggiamo alla solita panchina del solito parchetto. Non c’è nessun bambino che gioca, giusto qualche coppietta ed altri ragazzi persi a fumare. Stappiamo, brindiamo e beviamo. Non parliamo, non siamo di tante parole. Il mio amico, però, tira fuori una cassa e mette un po’ di musica. Dopo un paio di canzoni chiedo se posso mettere qualcosa anche io. “Ho questo EP da ascoltare, posso?”
Premo play e arriva, finalmente, quel qualcosa che stavo aspettando e che cambia il pomeriggio. Arriva un’onda che ci travolge, che cambia le carte in tavola, che stravolge un noioso sabato qualunque. Arriva il nuovo EP dei Wilco, Hot Sun Cool Shroud. Ci perdiamo al suo interno, ci perdiamo nella voce di Jeff Tweedy, ci perdiamo nella musica di questi sei brani che sembra più onirica del solito. Ci perdiamo ad ascoltare l’ennesimo lavoro di altissimo livello di una band che sembra incapace di sbagliare un disco. Ci dimentichiamo della partita, del pub dove saremmo dovuti andare a guardarla, degli amici da raggiungere. Ci siamo solamente noi, le nostre bottiglie da 66 cl e questo EP. È tutto bellissimo.
Dell’uscita di questo EP me ne sono accorto quasi per caso quando la band lo ha annunciato su Instagram. Bombardato da miriadi di post, non sempre mi fermo a leggere tutte le caption, ma chissà perché, quel giorno di fine maggio mi fermai a leggere attentamente quel post. Tweedy e soci, lo annunciano come un lavoro per festeggiare l’estate, come la luce dopo un periodo buio. Sempre in quel post, che riporta un virgolettato del già citato Tweedy, c’è scritto che è, insomma, è un EP che guarda un po’ al passato e riporta un paio di canzoni dalla musica un po’ più aggressiva, un po’ più “angolare”. Poi, prosegue dicendo che c’è anche una canzone d’amore, bellissima direi io, che scioglie chi ascolta come se fosse un gelato sotto al sole. Insomma, sono pezzi estivi, dice il frontman della band di Chicago, hanno quel sound da brezza rinfrescante che arriva al tramonto dopo una faticosa giornata sotto il sole.
Ora, partiamo da un punto ben preciso. Il ruolo degli EP, nel corso della carriera dei Wilco, è sempre stato un po’ periferico, hanno sempre preferito pubblicare album cimentandosi in progetti e lavori sicuramente più impegnativi (come se la pubblicazione di sei sole tracce fosse una cavolata). “Hot Sun Cool Shroud“, invece no. Questo EP ha la potenza di un album intero, ha quel carisma e quella capacità di entrare dentro l’ascoltatore, fan o meno che sia, che solo un album dei Wilco può avere. Quel che intendo dire è che, quando tanti gruppi o artisti decidono di pubblicare un EP, lo fanno perché magari hanno qualche nuova idea e vogliono testarla, vorrebbero capire come il pubblico potrebbe accogliere queste novità. Jeff Tweedy ed i suoi compagni, invece, sono sempre stati una band da LP, anche e soprattutto, per lavorare sulle loro nuove idee, sulle loro novità.
Ma quindi ci sono cambiamenti in queste sei tracce? Sì e no. Il sound è quello classico della band: quasi onirico, vedrei perfettamente una loro colonna sonora in un film di Fellini, una ninna nanna dolce che accompagna una linea vocale che strapazza l’ascoltatore portandolo a riflettere. Eppure, come già abbiamo detto nelle righe precedenti, questi sei brani sono meno smussati del solito. Era da un po’ di tempo che i Wilco non pubblicavano un disco un pezzo come Livid, con le sue chitarre distorte, sporche, quegli effetti da pistola laser, la batteria che rincorre tutto quanto e sembra che il pezzo debba esplodere da un momento all’altro. E poi? Stop. Tutto si ferma, tutto cala. La canzone finisce ed inizia Ice Cream. Una chitarra acustica ci accoglie nell’intro e la voce di Tweedy inizia a cantare una canzone d’amore semplicemente devastante.
Nonostante sia un EP di sei sole tracce, possiamo trovare molti tipi di Wilco: da quelli che si preoccupano dei propri figli a quelli a cui piace fare casino in studio. E poi, soprattutto, ci sono i Wilco che fanno i Wilco. Quelli che prendono un mezzo come l’EP e lo elevano a qualcosa di immenso, a qualcosa di più grande perché sono un gruppo che, semplicemente, gioca a fare musica in un’altra categoria.
La partita, ovviamente, non la guardammo. Rimanemmo a perderci su quella panchina con queste sei tracce ripetute in loop fino a quando non si fece buio e decidemmo di tornare a casa per mangiare qualcosa.
Mi chiedo, però, può esserci un sabato migliore di così?
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