Wilco, un racconto di spietata onestà lungo 30 anni

Gli autori si adattano al proprio tempo, ma non devono smettere di sorprendere, di essere sé stessi, di raccontarsi. Il grande pregio dei Wilco, forse, risiede in questa spietata onestà.

(c) Peter Crosby

Qualche sabato mattina fa, ancora tutto assonnato, misi i nuovi croissant della Nutella in forno e accesi la tv. Aprii YouTube e feci partire il primo video di Francesco Costa che vidi nella home. Un video su Chicago, sulla storia, sul perché sia così bella e sul perché stia diventando sempre più attraente agli occhi degli americani e dei turisti. A un certo punto inizia a parlare degli edifici che caratterizzano la città e arriva, poi, a parlare di due torri: il complesso di Marina City. Due torri riconoscibilissime che rompono con lo stile neogotico e che trasudano anni ’60 e Barocco in tutti i sensi. Dovevano essere una città dentro la città, negozi ai primi piani, parcheggi nel mezzo e appartamenti nella parte superiore. La classica “americanata”. Io, comunque, guardavo quelle torri e pensavo “Adesso li cita, per forza, non può non citarli, almeno la copertina dell’album che è così iconica”. Invece no, Francesco Costa va avanti imperterrito col suo racconto e finisce il video. Un po’ deluso, allora, spensi la tv, accesi il giradischi e misi sul piatto quello che per me è uno dei tanti dischi con la D maiuscola, come si suol dire. Uno di quelli che ha segnato un punto nella storia, uno di quelli che tutti dovrebbero ascoltare, uno di quelli che non si riesce neanche a spiegare. 

Il Disco di cui sto parlando, per chi non l’avesse capito, è “Yankee Hotel Foxtrot” e gli autori di quel meraviglioso album sono i Wilco che in questo 2024 festeggiano i loro primi trent’anni di carriera. 

Partiamo dalle origini. Il gruppo, come può evincere chi è bravo in matematica, nasce nel ’94 in quel di Chicago. Cantante e autore della band era Jeff Tweedy, a cavallo tra gli ’80 e i ’90 faceva parte di un gruppo chiamato Uncle Tupelo dove condivideva la “leadership” con Jay Farrar il quale lascerà la band per dar vita ai Son Volt. In quel momento Tweedy forma i Wilco (il cui nome deriva da una contrazione di un’espressione usata in aviazione) con i restanti membri del vecchio gruppo. Ovviamente, la formazione cambiò nel corso del tempo tra new entry e dipartite (ricordiamo quella di Jay Bennett, che morirà nel 2009 per un’overdose accidentale di ansiolitici; fu colui che portò i suoni delle tastiere nella band), arrivando alla formazione attuale che, stando a Wikipedia, comprende Jeff Tweedy, sempre alla voce e alla chitarra; Nels Cline e Pat Sansone alle chitarre; Mikael Jorgensen, alla tastiera; John Stirratt, al basso; Glenn Kotche alla batteria. 

Analizzati tecnicismi della formazione, passerei alla musica e alle influenze, almeno quelle iniziali. I Wilco sono un gruppo americano e come ogni gruppo americano basano gran parte del loro sound sulla musica americana e cosa c’è di più americano del folk? Forse solamente Willie Nelson e il suo country. Battute a parte, i Wilco attingono a piene mani da quel mondo folk di cui sono, almeno personalmente, i più stretti discendenti nel mondo contemporaneo. Prendiamo ad esempio Dylan. Il buon vecchio Bob nei suoi ’60 raccontava la sua America, quella in cui era difficile vivere, in cui il sogno americano sembrava un po’ essere sparito. Se il folk nasce negli anni ’30 come un genere che parla in maniera pragmatica, Dylan sposta quel racconto ad uno stato più ideale e qui entrano in gioco Tweedy e la sua poetica che sposta l’attenzione sull’introspezione dell’uomo, inteso come genere umano, cercando di dare un diverso punto di vista. Non me ne vogliano gli altri componenti della band, ma io credo sia proprio nelle parole del loro cantante che risiede la forza del gruppo: la scrittura di Tweedy, che dobbiamo considerare uno scrittore a tutto tondo, è migliorata col passare del tempo. Dai testi cupi degli esordi è passato a descrivere lo spaccato della società americana come dimostra quel capolavoro di Ten Dead contenuta nel loro ultimo album, “Cousin“. La normalizzazione di fatti fuori dall’ordinario, macabri, tristi, assurdi. Essere felici perché oggi ci sono stati solamente dieci morti, potevano essere molti di più, invece ce ne sono stati solo dieci. Tweedy è questo, una penna sopraffina che è stato, ed è, come un chicco di mais in padella fermo a rosolare fin quando non esplode in tutto il suo tripudio. 

La verità, se ce n’è una è che i Wilco raramente hanno sbagliato un disco. Sicuramente, nei loro trent’anni di attività hanno pubblicato dischi “minori”, ma anche in quelle tracce si notava qualcosa che pochi gruppi, pochi artisti hanno. La dicotomia che si sono trovati a vivere, quindi l’eterna battaglia tra l’introspezione e il pragmatismo del loro impegno politico, ha sicuramente segnato e caratterizzato i loro lavori. Hanno recentemente festeggiato, con un concerto a New York, un altro anniversario: il ventennale di “A Ghost is Born“. Ecco, questo disco è forse l’emblema del discorso che sto cercando di affrontare: non è come “Yankee Hotel Foxtrot“, eppure ha quel qualcosa, ha quella poetica, ha quei suoni… 

Pitchfork, parlando di questo disco, di “A Ghost is Born per intenderci, racconta di un Tweedy più accentratore, più incline ad assoli di chitarra, più aperto al mondo andando un po’ contro a quell’ermetismo dei dischi precedenti. L’autore della recensione, Rob Mitchum, anche lui di Chicago, alla fine si chiede se il leader della band tornerà quello degli album precedenti, quello più chiuso, quello che racconta Chicago e che la prende come personificazione del mondo intero. Ma soprattutto, si chiede, se tornerà mai il Tweedy eclettico che al classicismo rock affianca la psichedelia e la tradizione americana. L’autore di quella recensione, come facciamo tutti noi ogni giorno, ignora la voglia di aprirsi e di evolvere della band. Noi pubblico raramente riusciamo a cogliere queste cose, ci piace rimanere delusi e sparare a zero su quelli che erano e sono i nostri artisti preferiti. Se il lavoro non è nelle nostre corde allora è per forza un lavoro fatto coi piedi. Sono il primo a farlo perché certe volte mi approccio alla novità in maniera troppo istintiva, non ragiono a mente fredda e quindi alle cose ci arrivo tempo dopo. E proprio di questo si può e si deve parlare quando si parla dei Wilco: sono una band che sta in giro da decenni, era ovvio che potessero evolversi verso altre strade. Tweedy stesso ha sperimentato molto il mondo della scrittura pubblicando anche romanzi e finendo sul The New Yorker. E questo è il suo modo di scrivere, caratterizzato anche dalla sua prolificità che l’ha portato a pubblicare quasi un disco all’anno tra la band e il suo progetto solista. 

Ora, mi rendo conto ho parlato principalmente in maniera astratta di questa band. Ci sarebbero tantissime cose di cui parlare e di cui raccontare come il primo vero turning point della band che avviene nel ’96 con la pubblicazione di “Being There“, doppio album da diciannove pezzi uscito per la Reprise Records (la stessa etichetta sin dai tempi degli Uncle Tupelo) che, come si suol dire, mette i Wilco sulla mappa dei gruppi da tenere d’occhio; oppure potremmo parlare dell’album con cui abbiamo aperto questo articolo, ovvero “Yankee Hotel Foxtrot“, e del suo produttore, l’immenso Jim O’Rourke, che suona anche la chitarra acustica in questo disco, diventando anche un fedelissimo di Tweedy tanto da accompagnarlo nelle sue avventure soliste; o ancora, visto che ci siamo, potremmo parlare di chi, come Pitchfork e la recensione di cui prima, considerava “Yankee Hotel Foxtrot” il picco massimo raggiungibile dal gruppo e invece, quel fantomatico picco, è stato superato da “A Ghost is Born prima e da “Cousin“, uscito l’anno scorso, poi (certo, i più maliziosi potranno parlare di revisionismo o contestualizzazione, ma io avevo 6 anni quando uscì l’album con l’uovo in copertina quindi sto ascoltando tutto insieme e col famoso “senno di poi”). 

Come vedete gli argomenti non mancano, potremmo stare qui ore a parlare e scrivere di questa musica. Rileggendo tutto questo, però, mi sono reso conto di una cosa fondamentale: non ho parlato dei trent’anni dei Wilco, non li ho celebrati, non ho approfondito la loro storia. Io ho parlato dei miei Wilco, di ciò che hanno rappresentato per me, di come mi sono sentito piccolo la prima volta che ho ascoltato una loro canzone (I Am Trying To Break Your Heart). Sono stato superficiale, ho accentrato il discorso su certi argomenti lasciandone fuori altri. Forse non capirete e non vi rimarrà nulla in mano, ma questo non è un saggio storico. Questo è uno scritto di un ragazzo di venticinque anni che parla di un gruppo che ha scritto alcuni dischi che hanno fatto la storia della musica e voglio dirvi, forse arrogantemente, che né io né nessun altro per quanto accreditato possa essere, potremo mai spiegare tutto questo. C’è solo una cosa da fare e che non mi stancherò mai di ripetere: premete play alla Musica e fate parlare lei. 

Ascoltatela, vivetela. 

Per concludere aggiungo solo un’ultima cosa. Gli autori si adattano al proprio tempo, ma non devono smettere di sorprendere, di essere sé stessi, di raccontarsi. Il grande pregio dei Wilco, forse, risiede in questa spietata onestà. Nella voce di Tweedy possono trovare conforto proprio tutti. Come guardarsi negli occhi con una persona a cui si vuole bene, a cui ci si affida e che ti dice una cosa importante, semplice e inflazionata e usata da tanti ma necessaria, come in Infinite Surprise (“Cousin“): Eye to Eye/It’s Good To Be Alive

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