Eels – Eels Time!

Recensione del disco “Eels Time!” (E Works / PIAS Recordings, 2024) degli Eels. A cura di Raffaele Giuria.

Poche certezze, nella vita. Poi ci sono le abitudini, l’usuale che ti fa credere al fatto che le cose, nel loro ripetersi, somiglino quasi a certezze. Dai miei diciassette anni, quest’anno diventati più o meno improvvisamente quarantacinque, ho sempre avuto l’impressione della certezza che ogni due o tre anni sarebbe uscito un disco degli Eels, altro caso di band che in realtà è una persona sola, che a diciannove mi rapì il cuore con “Electro-Shock Blues”, fino a farmi pensare che quell’ablum fosse la cosa che meglio esprimesse me, da ogni angolazione possibile.

In tanti lo fanno, di scrivere recensioni parlando di sé, dei propri gusti. A me non è mai capitato, almeno fino a oggi, perché reputo che non sia interessante (e qui siamo nella metarecensione dura). Però questa cosa andava scritta, almeno fino alla prossima riga (poi dipende da come me la impaginano); mettiamo un punto, quindi, e andiamo a capo (metascrittura, pure, meglio che mi fermi davvero).

Perché questa cosa andava scritta? Perché è difficile, quando il rapporto tra chi scrive di musica e l’oggetto stesso della scritutta è profondo, viscerale, non cascare nel giudizio che trascende la qualità del disco stesso e si infila nelle maglie autobiografiche del proprio personale sentire. Difficile, quindi, tenere nascosta lì la voce che ti dice di scrivere che “Eels Time!”, ultima uscita degli Eels, che poi abbiam detto essere quasi solo il signor Mark Oliver Everett, è “bellissimo”.

Perché dire che un disco è bellissimo lascia molto il tempo che trova, se prima hai anche detto che è il prodotto di una delle tue band preferite.

Mettiamoci un po’ di contesto, quindi, e capiamolo, anzi andiamo a capire tutto quello che è il contesto, doloroso ma a lieto fine, che ci porta qui, che ha portato il Signor E fino al punto di ritrovarsi con il proprio cuore, fermo, poggiato su un tavolo accanto a sé, disteso, in attesa di essere riattaccato a una nuova aorta. Aneurisma all’aorta, dice. E dice “So thank you to my father, Hugh Everett III, who gave me a parallel universe to presently reside in: one where I’m still alive”, con un doppio riferimento, al fatto che suo padre sia stato il fisico che formulò nel 1957 l’MWI (Many Word Interpretation), per noi l’Interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica, e al fatto che la morte dello stesso, nel 1982 per un attacco cardiaco, portò E a interessarsi un po’ di più alla propria, di morte, con controlli frequenti al proprio, di cuore. Pur senza sintomi arrivò una diagnosi, la veloce chirurgia e queste canzoni, direttamente provenienti dal mondo parallelo in cui Everett è vivo, ossia questo da cui mi leggete.

E quale potrà mai essere il tema di un album, quasi un concept, che parla di ciò che ti è capitato, o meglio di questa opportunità di vita che scorre in parallelo con quella in cui non ci sei più, se non il tempo?

Quando ami un artista è buona cosa interiorizzare il prima possibile che ti ricapiterà, seguendone la produzione nel tempo, di ritrovare dinamiche conosciute, arrangiamenti uditi magari più di una volta, strutture sintattiche note, mood di cui hai già sentito il sapore oppure che questo pezzo è proprio uguale a quell’altro di due album fa. Capita, non sempre capita, ma capita spesso. E per qualcuno è cofortante, una ciabatta comoda, per altri, come chi vi scrive, un po’ più difficile da accettare. In “Eels Time!” ritrovo ancora, quindi, quella masticazione già avvenuta della loro musica, e questo è fuor di dubbio, ma… è buono, no? E’ davvero buono, tutto questo. E perché lo è, stavolta, ancora di più? Perché arriva direttamente da quella cosa lì, dal trauma, dall’urgenza in cui il trauma ti pone, così come arrivò il già nominato “Electro-Shock Blues”, così come dall’uscita dal trauma e da tutto il cielo azzurro luce che ti arriva addosso dopo il peggior temporale del mondo arrivò “Daisies of the Galaxy”, così come dalla fine di una relazione e dalle consapevolezze portatesi dietro arrivò “End Times”.

Time, ninna nanna tipicamente Eels, apre il disco, piccolina e veloce, contenendo però già tutto delle emozioni che lo compongono. Al primo ascolto non mi era piaciuta, poi però ho capito, e non potrebbe esserci attacco migliore. Davvero.

Il ventaglio di tipi di canzone presente nella tasca di Mister E ha un numero di pieghe che possiamo contare e il cui numero arriva a quattro o cinque: è quindi apprezzabile, qui, la collaborazione in metà dei brani di Tyson Ritter, voce e basso dei The All-American Rejects, che in Goldy, If I’m Gonna Go Anywhere, Song for You Know Who e Lay with the Lambs rinfresca e aumenta un po’ il numero di pieghe, tra arrangiamenti saturi e impasti acustici da classico songwriting. Con E, Ritter ha scritto molta della musica presente in “Eels Time!” e prodotto. Più in piccolo, per una canzone sola, è accreditato come produttore anche Sean Coleman, vecchio amico di Everett: la canzone è And You Run, ed è così dolcemente Beach Boys.

Come spesso accade, così come accade alla fine della stessa Time, Mr. E saluta con un’apertura, che in questo caso si chiama Let’s Be Lucky, chiudendo il disco con quella che potrebbe essere confusa come allegria, che i più attenti potrebbero vedere come un’ottimismo di fondo. Non è ottimismo di fondo. Siete stati troppo attenti. Non ce n’era bisogno.

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