The Smashing Pumpkins – Aghori Mhori Mei

Recensione del disco “Aghori Mhori Mei” (Martha’s Music/Thirty Tigers, 2024) degli Smashing Pumpkins. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

Per capire qualcosa degli Smashing Pumpkins post-”Machina” ci vorrebbe più di una mappa concettuale, manco il più indomito degli sherpa potrebbe trovare il sentiero giusto verso la vetta della creatura di Billy Corgan nelle sue incarnazioni “postume”.

Ce ne vorrebbe una ulteriore per gli SP 3.0, ovvero quelli della semi-reunion della formazione originale, troppo scostante anche per i fan più indomiti, nonostante a qualcuno sarà ben piaciuto “Atum” che, personalmente, è un enorme fallimento, anzi, un’accozzaglia di materiale totalmente futile, folle già dichiararlo un sequel alla sua opera magna “Mellon Collie”, impossibile credere che su tre dischi si riuscisse a trovare qualcosa di buono, e infatti così è stato. ”Cyr” era una buona, anzi, ottima via, mollata lì per lì, in effetti troppo discosta dal sound originario del gruppo di Chicago per poter fare breccia nei cuori di quelli che sognavano ancora “Siamese Dream”, più che un sogno una vera e propria illusione.

Tutto modo, dove Corgan trovi il tempo di scrivere una quantità tale di materiale lo sa solo lui, tanto più che ora è pure coinvolto in un reality sul wrestling, sulla sua lega personale o quel che è. Ma gli americani, si sa, hanno gusti strani. In fondo a lui, Iha e Chamberlin che fregherà mai? Ci mettono meno di un anno a dare a quell’orrore di “Atum” un seguito e…ci azzeccano. Altra svolta inaspettata? No, ma di certo un ulteriore giro della morte in una delle discografie più insensate del rock alternativo tutto.

Accantonata l’idea malsana della rock opera – prurito che si augura non torni mai più tipo a nessuno – il trio asciuga tutto l’asciugabile e abbassa il tiro a dieci soli pezzi e, dall’oggi al domani, confeziona questo “Aghori Mhori Mei”, al quale, Corgan dixit, ci han lavorato per due anni (ora, a questo punto sono certo che gli SP abbiano una loro “Stanza dello spazio e del tempo, altrimenti non si spiega), mettendo evidentemente da parte praticamente tutto quanto fatto dal ripristino della line-up ad oggi, riportando le lancette agli anni ’90, ma in modo decisamente credibile. Ora, non aspettatevi il miracolo del rock’n’roll ché non è qui che lo troverete, nemmeno un uso migliore dei suoni, ormai una causa persa (soprattutto per quel che riguarda la sezione ritmica), ma i brani hanno un loro perché e funzionano benissimo.

La doppietta iniziale EdinPentagrams porta via quasi 13 minuti ma senza incollare o far sbadigliare, il rifferama è grasso e ispirato, gonfio come si addice a chi delle chitarre ha sempre fatto il proprio perno principale, con quel feticismo per l’epicità e lo “iommismo” che tanto piace, senza strafare, in equilibrio, il tandem James-Billy perfettamente sincronizzato e capace delle impennate all’unisono cui ci avevano ben abituati. War Dreams of Itself viaggia nello stesso solco ma ci mette tanta ferocia, e il richiamo già sentito nei brani di cui sopra agli A Perfect Circle di “Mer De Noms” non è una mera allucinazione, c’è davvero (lo so, ho sparato in alto ma Corgan un po’ a Howerdel ci pensa seriamente), i Pumpkins pigiano sull’acceleratore senza perdere il controllo della macchina, incastrano pure una bella melodia centrale che sogna di mondi in decadenza assoluta, con un Chamberlin finalmente lasciato a briglia sciolta come si confà alla sua caratura batteristica (anche se i tempi di “Mellon Collie” ormai sono totalmente alle spalle). L’heaviness viene trattata in altro modo ancora in 999, brano migliore del lotto, più aperta e Nineties che mai, trascinata e ampia, la melodia acre che graffia e lascia scampoli di sogni marciti è tornata, e ci voleva un banger in grazia di dio, qui.

Un po’ meno bene quando i Nostri tentato di ripercorrere le orme delle ballad elettriche del passato, ché quelle cartucce le hanno ormai sparate tutte e valgono più di qualsiasi altra prova, e non è che Murnau o Goeth the Fall siano di per sé da buttare via, anzi, a maggior ragione la seconda è davvero una piccola perla lucente, solo che ci sono formule irripetibili per tutti, e per gli Smashing Pumpkins è il limite è questo e da qui non ci si schioda. Ma “Aghori Mhori Mei” è più che un disco riuscito, è davvero ben fatto, un buon esempio di come il famigerato “effetto nostalgia” possa dare risultati ottimi. Manca la magia dei tempi d’oro, è ovvio, ma la sostanza no, quella c’è tutta, facendo di questa fatica un disco rock con tutti i crismi al posto giusto e, per come vanno le cose, io mi accontenterei.

Riuscirà Corgan a scazzare tutto un’altra volta?

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