L’album d’esordio dei Red Hot Chili Peppers compie 40 anni: è qui che tutto ebbe inizio?
I veri capolavori arriveranno dopo, ma è esattamente lì, in quell’agosto del 1984 che la terra ha iniziato a contorcersi per la prima volta su qualcosa che fino a quel momento era stato solo un’immagine ancora poco definita

Cari amici vicini, ma soprattutto lontani, chiariamo subito posizione e situazione. Non me ne vogliate, ma ci tengo ad essere onesto fin dal principio. Chiunque dei Red Hot Chili Peppers tenda a considerare anche i dischi realizzati dopo il 1999 è gentilmente pregato di abbandonare la lettura di questa recensione. Sono tante le tensioni oggi presenti in questo nostro Mondo, non vedo perché aggiungerne altre.
L’estate sta volgendo al termine e un anno se ne va, quindi vediamo di venirci incontro. Pace in terra agli uomini di buona volontà,…io vi dico la mia sul primo storico, leggendario, infuocato e incazzato album della band capitanata da Kiedis e soci e voi, se volete (anche se lo considero autolesionismo), potete continuare ad ascoltarvi anche tutto ciò che è stato prodotto dal 2002 fino ad oggi e che qualche coraggioso chiama…dischi. Scellerati!
E adesso parliamo di storia della musica. Sì, perché in fronte a noi abbiamo uno dei dischi più esagerati che la musa Euterpe abbia avuto il privilegio di ascoltare in quella prima metà degli anni 80. West coast. California. Los Angeles. Hollywood.
In quel 1984, con blazer doppio petto blu, Steve Jobs lancia il primo Macintosh della storia, sul grande schermo l’innocenza poetica di Jennifer Connelly incanta milioni di persone ballando sulle note del Tema di Deborah in “C’era una volta in America” (…piango ancora oggi ogni volta!), inizia l’era Reagan e la XXIII edizione delle Olimpiadi si tiene proprio nella città dove il primo album della band al chili piccante vede la luce.
L’esordio discografico dei Red Hot Chili Peppers non è di quelli che fanno gridare al capolavoro, le vendite furono scarse e la produzione, curata da Andy Gill dei Gang of Four, travagliata e in pieno contrasto con le scelte stilistiche della band, contribuì a un risultato che non accontentò nessuno. Jack Irons e Hillel Slovak, membri fondatori assieme a Kidies e Flea, al tempo sotto contratto con altra etichetta discografica, non poterono suonare le canzoni durante le registrazioni del disco e nonostante l’ottimo lavoro svolto sia da Sherman che da Martinez in loro sostituzione, l’album non riuscì ad esprimere a pieno la carica molto più grezza, sfrontata e fortemente innovativa che il demo originale del 1983 possedeva.

Ascoltando le registrazioni originali apparse nella versione rimasterizzata del 2003, pezzi come Get Up and Jump e Green Heaven risultano decisamente più acidi, arroganti e lo ammetto, faccio davvero fatica a non incazzarmi al pensiero di cosa sarebbe potuto essere davvero questo disco se solo le cose fossero andate in maniera diversa. Cazzo. Poi però riavvolgo tutto, lo ascolto ancora una volta, l’ennesima, scorro con lo sguardo tutti i loro cd che ho, lì, accostati l’uno contro l’altro in verticale su quella mensola, scuoto la testa e mi accorgo di quanto questa prima, magari non così luminescente scintilla, sia stata comunque il primo passo di una storia incredibile.
I veri capolavori arriveranno dopo, ma è esattamente lì, in quell’agosto del 1984 che la terra ha iniziato a contorcersi per la prima volta su qualcosa che fino a quel momento era stato solo un’immagine ancora poco definita e che con i Red Hot Chili Peppers (e non solo) troverà invece una connotazione più reale, vera. Rap che dialoga con il basso, chitarre funk che fanno a pugni con il metal, spiagge consacrate al surf che si innamorano del suono black soul.
La produzione non è certo invecchiata come un buon brunello, siamo d’accordo e certi momenti del disco li si accettano solo grazie alla consapevolezza di ciò che è accaduto successivamente, ma canzoni come True Men Don’t Kill Coyotes, Buckle Down, Mommy, Where’s Daddy?, Out in L.A., Police Helicopter e le già citate Get Up and Jump e Green Heaven sono capaci ancora oggi di incendiare anche ciò che di insensibile al fuoco esiste.
Los Angeles si accorse di loro, le code fuori dei locali divennero sempre più folte e i concerti che seguirono l’uscita del disco, grazie anche al ritorno in organico di Irons e Slovak, quelli si che furono specchio reale della loro carica pazzesca e innovativa. Da quel primo acerbissimo fuoco sono seguiti 6 dischi memorabili, di cui 3 pazzeschi, 1 da ascoltarsi a volume da farsi sanguinare le orecchie, 1 apocrifo, ma cazzutissimo. 1 bello, ma ahimè premonitore.
Nonostante ciò che è avvenuto dopo e che non riesco neanche a citare, quei primi 7 dischi li hanno fatti entrare a pieno diritto nella storia della musica e senza quella prima sfrontatissima fiamma, niente di tutto questo sarebbe accaduto.





