Francesco Paolo Paladino & Martyn Bates – Treasure of Light
Recensione del disco “Treasure of Light” (Silentes, 2024) di Francesco Paolo Paladino & Martyn Bates. A cura di Bob Accio.
Francesco Paolo Paladino accondiscende al proprio stato di grazia creativo dopo la recente formidabile esperienza vissuta live con Dorothy Moskowitz e The United States of Alchemy al memorabile festival bolognese “AngelicA” del maggio scorso, luogo dove hanno espresso i fervori di una surreale Banda Magica di professionisti inclini all’improvvisazione, producendo seduta stante quel filo maliardo dell’invenzione, proprio delle fiabe, con tanto di puntura del fuso atto a far sanguinare il cuore degli astanti. Ora in coppia con Martyn Bates per l’album “Treasure of Light”.
Bates, già prima del duo Eyeless in Gaza, insieme al polistrumentista Peter Becker, durato quarant’anni esatti con la pubblicazione del loro 20° album nel 2020, ha condotto una carriera solista attenta a vari generi: noise, industrial, ballata pop, musica folk tradizionale britannica; innestando, sul finire dei Novanta, elementi di musica classica moderna, post-minimalismo e ambient, senza mai rinunciare allo sperimentalismo.
Benché siamo andati oltre il solstizio d’estate, nulla è da ricusare alla peculiare ispirazione primaverile che ha mosso i due artisti a edificare “Treasure of Light”, uscito il 28 maggio per l’italiana Silentes, esaudendo tendenze da orchestra minimalista, experimental e ambient.
Quindici brani di breve durata, misura prediletta dal pop, inframezzati da due pezzi portanti di durata superiore. C’è la partecipazione dei fidati amici musicisti, affiatati e forieri di elaborare, di rendere fine la texture musicale interpretando le istanze visonarie e poetiche di Paladino, trasgressore moderno alla ricerca di stati d’animo raffinati e inconsueti.
Il duo si fa ambasciatore di freschezza e i brani contengono essenze particolari ed etrogenee. La fecondità insita in ogni pezzo si ausculta nel loro profondo e scaturisce segreta, premonitrice di stupore; tessere di un mosaico producono tali effetti combinatori propugnatori di sollecitare e stimolare l’ampiezza immaginativa, ricca di spiazzanti sfumature e di pattern di illimitata fantasticheria.
La voce di Bates e le soluzioni sonore scolpite nella bruma concepita, imprimono sensazioni evanescenti – nebbia al manifestarsi delle prime luci dell’alba e alle porte della primavera – entro il futuribile sounding, affinché ogni suggestione induca all’evoluzione, trovando il gusto per la delicatezza della dizione, nonché per l’estroversione di stile.
All’interno dell’album, bocciolo floreale che si schiude, si potrebbero captare minimi scostamenti e cromatismi utili a far vivere meglio l’ascolto sul piano emozionale, indotto pure dalle variazioni luminescenti e dalla temperatura sonora, al fine di eccitare stati d’animo eterei frutto della complessità. Fusione e mistero di natura ed esistenza, di anima e animalità, intervengono a completamento di convalida.
L’opening Treasure of Light pt.1, trasporta attraverso il sopore psichedelico, ambient, e inscena una nascita permessa dai raggi solari che bucano un bosco all’apparire del giorno, accostando citazioni rileyane. Il seguente Same Airport sposa Eno, la Third Ear Band e si fregia dell’attitudine alla sperimentazione, forse operante sulle nitide alture mistiche del Tibet; tanto più che la perla è servita testualmente dal fraterno Luca Chino Ferrari, poeta in forza ai The United States of Alchemy.
L’ondeggiare, il riverbero della musica, anche se non lo si volesse, issa verso sommità avviate dalle volute estrinsecate dagli strumenti che favoriscono tessiture di aghi inanellati da fili di cotone colorati, apportando quale fagotto minimo senso di gravità e sottile leggerezza, prossimi alle declamazioni di Greg Lake miste alle circolarità di Steve Reich, scoprendo ambientazioni da musica indiana, psichedelica. Il mélange sonico fa sperdere nella magia offerta dai tocchi degli archi e degli idiofoni, componendo l’onirico, il sognante ondivago movimento sonoro in cui Martyn Bates soffia le note vocali, idem nel cameo offerto dalla Moskowitz, dove svela le proprie complementarità condivise con la cantante newyorchese (Like A Shadow), miniando nuvole e narcisi violacei, color indaco, selvatici nel contrasto di terreità e verdeggiante flora.
“Treasure of Light” è un medium percettivo istantaneo di differenti mood: il mare stellare, il calmo sciacquio della risacca, la riva delle galassie e delle sensazioni udite a valle di profondità da oltrespazio architettonico, introspettive sino a scoprirne le pulsazioni. Inspiegabile condizione dettata da un album di musica che stupisce per la meraviglia degli attimi fluenti di vitalità, condensati come rugiada sui petali di esistenze contemplate nel ciclo circadiano.
Nulla di artefatto, solo feeling ad animare il sonoro sintonizzato da questi frammenti, come osserva Francesco Paladino: “la primavera… quella attuale di chi ha vissuto un bel pezzo di esistenza ma si emoziona sempre e comunque per un fremito di foglie”. The Last Fog, in sette minuti, centra la poetica dell’albo. Brano d’antologia Paladiniana in elevazione di sentimento e seduzione dei sensi, lascia Martyn Bates a sfoderare la mirabile estensione sonica mantenedo il pathos su registri aerei rarefatti (ugualmente impagabile nella bucolica The Carroll of Sunny Day): mentre da Radio Past e fino alla conclusione del disco si ha la sensazione di entrare in un altro album – o come fosse il lato B del vinile, poiché Paladino-Bates si cimentano in una veste creativa che ha sempre più dell’inusitato – cui il tempo presente non obbedisce più e se ne smarriscono i riferimenti.
Cosicché i due transitano per mezzo di quei piccoli morceaux incuranti delle epoche passate e si affacciano al futuro, di cui danno notizia nel presente, un po’ come accade nel film “Lola” del 2021, regia di Andrew Legge, in cui “Martha, con la sorella Thomasina, costruì una macchina, cui dettero il nome di “LOLA”, in grado di captare le frequenze di trasmissioni televisive provenienti dal futuro. Le due ragazze vennero così in contatto con la musica e con altre mode future venendone profondamente influenzate” (fonte Wikipedia).
Gino Ape, Pierangelo Pandiscia e Giovanni Verga, ovvero il nucleo degli Enten Hitti, che hanno “danzato” sulle mie musiche trasformandole in poesia. E poi Sean O’ Breadin bardo senza età che conosce bene le alchimie delle nebbie britanniche. Alessandro Fogar che ha regalato le brezze dell’est e i suoni delle terre arse; i fiati di Roberto Laneri così struggenti da suggerire viaggi in una meravigliosa “Prima Materia”; Angelo Contini e Mauro Sambo a suggerire percorsi caracollanti come il volo delle prime rondini; e poi Stefano Scala e Roberto Opalio a suggerire i rumori delle terre notturne ancora senza le lune agresti; Riccardo Sinigaglia a dispensare percorsi di campi infiniti, Alan Davidson a ricucire i sogni delle mille primavere passate che si adagiano sulle poche certezze del presente. E la meravigliosa Dorothy Moskowitz che ci ha regalato un duetto con Martyn a descrivere le silenziose ombre degli amanti per sempre.
Ugualmente si potrebbe fare un percorso a ritroso analizzando gli strumenti qui suonati per giungere a una mappa di costrutto e di senso che compone il corpo sonoro di “Treasure of Light” e procedere in esso per le sue vie traverse. E allora cominceremmo a chiederci da dove nascono le singolarità concorrenti a questo progetto valutando le sfaccettature proposte dai musicisti e le sonorità rivelate, in virtù di tale originale esperienza in combinazione fattuale con l’unicità tematica, forte del suo sviluppo espansivo, in moto effettivo delle track. Pur ricordando che il perdersi non sia solamente condizione di incertezza e paura: “Se non t’importa dove sei, non ti sei perso” (Arthur Bloch).
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