Fontaines D.C. – Romance

Recensione del disco “Romance” (XL Recordings, 2024) dei Fontaines D.C. A cura di Federica Finocchi.

Ho udito i vecchi, i vecchissimi, dire:
‘Tutto muta,
E a uno a uno noi scompariamo’
Avevano mani simili ad artigli, e le ginocchia
Contorte come i pruni antichi
Presso le acque.
Ho udito i vecchi, i vecchissimi, dire
‘Tutto ciò che è bello trascorre via
Come le acque’

“I vecchi che si ammirano nell’acqua”, William Butler Yeats

Le parole di Yeats, che nascondono dolcezza e malinconia a non finire, aprono il dibattito sul tema dello scorrere del tempo, della caducità della vita, della bellezza che prima o poi abbandona i nostri corpi, ma non la nostra mente. Chissà se il disco di cui parleremo ora riuscirà a superare la temutissima prova del tempo.

Una cosa è certa: i Fontaines D.C. stanno lasciando un piccolo, significativo segno del loro passaggio nella storia della musica pop e rock, qualsiasi sia il valore che voi vogliate dare a questi due generi musicali. Dimentichiamoci gli sfondi di Dublino o quelli di Londra. “Romance”, quarto lavoro in studio della band, respira un’aria che proviene da fuori i confini europei, complice anche il tour statunitense con gli Arctic Monkeys (che si sono americanizzati per bene, negli anni) che ha permesso al quintetto irlandese di inserire James Ford alla produzione del nuovo disco, interrompendo la solidale collaborazione con Dan Carey, passando inoltre ad una più multiforme etichetta britannica: la XL Recordings.

Abbandonate le t-shirt a righe e le giacche di pelle, i Fontaines D.C. iniziano a vestire abiti a loro più comodi, almeno in sede di promozione, che non li fanno di certo passare inosservati. Un revival fine ‘90 – primi ‘00 con cui andare fieramente a spasso per il paesino comprando frutta e verdura al mercato. Finalmente la band è se stessa. E resta coerente con ciò che è sempre stata. Non portavoce di una nuova – ormai passata – ondata post-punk, né la nuova miglior rock band del secolo, e neppure qualcosa di sorprendentemente innovativo come molti hanno voluto far passare. Nel 2019 “Dogrel” tracciava dei confini cantando a squarciagola di Dublino, con le lacrime agli occhi e l’acqua alla gola. L’anno successivo “A Hero’s Death” rende tutto più cupo, tra testi forti e inconsolabili, ballad malinconiche e una luce che man mano sfuma sempre più, in un anno (quello della pandemia) scandito dai live del quintetto in luoghi deserti, abbandonati a volte, dove l’unica speranza era proprio la musica che vi risuonava.

Nel 2022 “Skinty Fia” segna lo spartiacque tra il prima e il dopo. Il trasferimento da Dublino a Londra, distacco e accettazione, volontà di spingersi oltre, guardare un po’ più in là per riaffacciarsi a dei flebili raggi di luce che esploderanno di lì a poco nella band che tutti noi oggi conosciamo. Una band che non ha collocazione, ma ha un’identità, che piaccia o meno. Dal primo singolo di lancio, la ritmata Starbuster, si è creato un hype incontrollabile attorno al nuovo look, al nuovo sound, al nuovo tutto. Ma di realmente nuovo, cosa c’è? Forse davvero nulla, perché tutti e cinque hanno semplicemente seguito l’istinto; ciò che avevano voglia di realizzare l’hanno fatto, senza paranoie, dubbi o ripensamenti, anzi: sembrano più convinti e carichi che mai, dentro e fuori dal palco. Sono cresciuti, sì. C’è chi è diventato padre, chi ha vissuto a Parigi, chi è rimasto a Londra. C’è chi ha collaborato con altri artisti e chi ha inciso un disco solista e alla fine si sono tutti ritrovati nello stesso ideale musicale. Un ideale che non è rivoluzionario, ma figlio dei nostri tempi. Tutto cambia, tutto scorre, nulla è fermo. 

Ora, dopo questo pippone iniziale, penserete che a me l’album sia piaciuto. 

Sì e no, contrariamente a praticamente mezzo mondo che lo elogia a destra e a manca. Io mi trovo nel mezzo, ma in un mezzo che mi lascia un bel po’ di amaro in bocca, non so se mi spiego. Non ho intenzione di soffermarmi troppo ad analizzare i brani, perché credo che ognuno di noi abbia un proprio giudizio in merito e poi, voglio dire, alcune cose non si discostano neanche così tanto dai Fontaines a cui siamo stati abituati con “Skinty Fia”. Romance è una buona apertura, inquietante e surreale, crea suspence al punto giusto finché del sangue verde fluo non divampa dall’ascensore (a buon intenditor) per preparare il terreno alla già citata Starbuster, che ai fan di hip hop e drum machine sicuramente non dispiacerà, tutt’altro. Ed è proprio qui che io mi chiedo: perché accontentarsi?

Il pubblico è letteralmente impazzito per i singoli successivi, in ordine: Favourite, una cantilena brit pop nostalgica, Here’s the Thing che fa coppia con la penultima traccia Death Kink, due brani molto brevi che fanno fatica a rimanere in testa, nonostante ci provino con tutte le loro forze, e infine In The Modern World che è a mio avviso il singolo che spicca di più. Una ballad apocalittica sulle note di chitarra di Grian la cui voce, in questo disco, spiazza. Lo strumento vocale è l’elemento che più rapisce e Chatten ci sguazza dentro in modo confortante e mai banale. Azzeccatissimi anche i cori nel background di Connor Deegan III, che dona ancora più delicatezza ed eleganza a tutto ciò che le sue corde vocali vanno a toccare.

Sulle note di una chitarra acustica parte la successiva Bug, un pezzo pop che stavolta fa il centro, se l’obiettivo è quello di arrivare a quanto più pubblico possibile. Motorcycle Boy è uno dei momenti migliori di questo disco, una ballad malinconica e sognante che respira la stessa sostanza del disco solista di Grian. Da qui in poi arriva la sperimentazione shoegaze/dream pop di Sundowner, intonata dal chitarrista Conor Curley e la seguente Horseness is the Whatness, non troppo indelebile nella memoria ma con una coda che ricorda la sensazione d’inquietudine dell’intro Romance. Chiude il disco il singolo Favourite, che ho già citato come “cantilena brit pop nostalgica”. L’ho ascoltata e riascoltata ma proprio non riesco a trovarci nulla di che e non mi capacito di come piaccia così tanto a tutti. Insomma, i Fontaines sono riusciti a fare di meglio in questo album. I misteri irrisolti della musica. 

“Romance” è qualcosa che la band irlandese adottata dalla Gran Bretagna aveva l’esigenza di realizzare sotto lo scettro del produttore James Ford, dando un cambio in parte più netto e in parte meno al loro stile, e alla fine ce l’hanno fatta. Perdendo forse una piccola parte di pubblico della prima ora, ne guadagneranno almeno il quadruplo, perché “Romance” è un disco fondamentalmente molto più pop, più aperto e più leggibile dei precedenti. Che sia un bene o un male per il futuro della band, questo solo il tempo ce lo dirà. Aspettiamo di vedere e ascoltare come suonerà dal vivo nella data milanese del 4 novembre 2024. 

Noi ci vediamo a Finsbury l’anno prossimo. 

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