Uniform – American Standard

Recensione del disco “American Standard” (Sacred Bones Records, 2024) degli Uniform. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

Michael Berdan, voce luciferina degli Uniform, dice che il nuovo album del combo newyorkese non è proprio “Dopesmoker” (degli Sleep), ma va ascoltato nel suo insieme per carpirne l’essenza. Poi tirano fuori dal cappello delle influenze “Angel Dust” dei Faith No More. Adoro quando le band scoprono le carte in tavola e non si nascondono dietro presunte unicità che, nel 2024, si fermano ai comunicati stampa pompati all’eccesso.

American Standard”, che già dal titolo dà sfoggio dei proprio contenuti, coesione testuale che ha portato Berdan a farsi supportare dalle penne di B.R. Yaeger e Maggie Siebert per scavare a fondo nella propria mente, nella lotta contro la bulimia nervosa, nei meandri della malattia e di tutto ciò che ne deriva.

Personale è dir poco, così gli Uniform scelgono la propria strada, un percorso che lascia il trapano noise rock sfoderato in “Shame” quattro anni fa, e che li porta a sondare i fondali dell’anima attraverso una lente completamente ricalibrata. Il paesaggio dipinto nei 21 minuti della title track è di pura e semplice desolazione, Berdan, sostenuto da tutto il gruppo si sgola senza supporto strumentale, scorticandosi la gola nell’impeto descrittivo di un uomo piagato in un mondo in disfacimento, del tutto interiore. Quando la band entra a piena potenza è l’apocalisse, stesa su tela in debilitazioni sludge su cui melodie sinteticano sembrano adagiarsi come una coltre di polvere dopo un’esplosione, che arriva ma solo in coda, spiegando ali blackgaze che ricordano tanto i Deafheaven quanto i Liturgy, un’epopea dell’annichilimento.

Il secondo lato viene inaugurato dalla triplice sezione ritmica in assetto da guerra, doppia cassa, anzi, quadrupla e il basso di Brad Traux (in trasferta dagli Interpol) come schiacciasassi indemoniati This Is Not a Prayer e fanno da testa di ponte per la chitarra di Ben Greenberg a spiano totale, trapano ora disgregatore, ora creatore di melodie sconce. Se un bordone kosmische fa da apripista a Clemency ben presto è il verbo sludge delle paludi della Lousiana a introdursi come un fiume in piena nel brano, con quello stesso bordone a tornare planando su movimenti tellurici (eccoli, i Faith No More, ma anche i Killing Joke, se è per questo) privi di pietà alcuna per sette minuti, senza sosta, senza luce. Non è possibile pensare agli Uniform senza un massacro industriale e allora ci pensa Permanent Embrace, un mostro che fonde meccanicismi concreti ad algide scudisciate black metal alternate a riprese bombastiche di aljourgensiana memoria, fino a che il silenzio permea la stanza, ché i brani di “American Standard” sono “solo” quattro. Numero perfetto, in questo caso specifico.

Gli Uniform nel 2024 scelgono un’altra strada. Ancora una volta, in direzione opposta persino a sé stessi e più ostica che mai.

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