Jon Hopkins – Ritual
Recensione del disco “Ritual” (Domino, 2024) di Jon Hopkins. A cura di Stefano Grossi.
Jon Hopkins torna a distanza di tre anni con il nuovo album “Ritual”, uscito il 30 di agosto sull’etichetta Domino di Laurence Bell. L’artista britannico dopo l’album capolavoro “Immunity” e “Music For Psychedelic Therapy”, ci regala un progetto diverso e ricco di sperimentazioni. “Ritual” infatti è un insieme di musica che attraversa universi ambient, downtempo e tribal dub; il risultato è un album notturno e profondamente spirituale. Il titolo è di fatto azzeccatissimo.
Il primo singolo rilasciato quattro mesi fa, Evocation, ha fatto da porta per la lunga attesa dell’album. Una traccia che inserisce Hopkins nell’elettronica rituale appunto, una cerimonia tribale con droni e loop di voci magistralmente elaborate. Suoni amazzonici riverberati che ci fanno trascendere nell’oblio della nostra coscienza. Una traccia che ci accompagna dentro il mistero e che ha creato un enorme hype intorno all’album. Aspettativa che è stata pienamente soddisfatta in quanto tutte le otto tracce di “Ritual” ne fanno un lavoro monumentale sia per tutti gli appassionati di Jon Hopkins, che degli amanti di musica elettronica sperimentale e che pianta le sue radici nella musica tribale.
L’intero album è contraddistinto da influenze storiche come Steve Roach (“Waves of Now”, un’album consigliatissimo); pioniere e pilastro della musica elettronica ambient progressiva, artista che ha dedicato cinque decenni all’esplorazione di mondi sonori che si collegano a una fonte di ispirazione senza tempo. Fino a influenze di artisti più recenti come Sam Shackleton, Omutaba, Desert Dwellers e Carbon Based Lifeform.
In una recente intervista ha dichiarato riguardo il suo nuovo album:
Non ho idea di cosa stia facendo quando compongo. Non so da dove venga, e non so dove stia andando, né sembra importare. So solo quando è finito. Quindi tutto quello che posso fare è seguire il mio istinto fino alla fine, poi cercare di analizzare retrospettivamente cosa potrebbe essere successo e cercare di capire qual è il suo scopo. Quello che è chiaro è che questa composizione ha la struttura di un rituale. So a cosa serve quel rituale per me, ma per te sarà qualcosa di diverso. Mi sembra importante non essere prescrittivi riguardo a cosa sia effettivamente questo rituale.
“Ritual” è un album che rappresenta una fusione monumentale di generi che approdano anche nel trip hop. Ispirato probabilmente a una fase introspettiva di Jon Hopkins e dalle esperienze personali che ne conseguono, confermano l’amore dell’artista per la solitudine, la vulnerabilità e la ricerca di connessioni immateriali. Si distingue per la sua capacità di portare l’ascoltatore dentro uno stato quasi di ipnosi. Accompagnandolo alla perdita dell’ascolto per addentrarsi dentro i propri pensieri. I brani infatti sono caratterizzati da un uso sapiente probabilmente di frequenze sonore theta e alfa. Durante la veglia le onde theta indicano una conoscenza intuitiva e una capacità immaginativa radicata nel profondo. Genericamente vengono associate alla creatività e alle attitudini artistiche. Le onde Alfa sono associate a uno stato di coscienza vigile, ma rilassata. Ripetizioni pulsanti e texture sonore ricercate, in grado di creare un’atmosfera che invita ad uno stato di rilassamento profondo.
Nota di merito inoltre occorre darla alla capacità di Hopkins di scegliere i collaboratori per da dare al progetto un’impronta ancora più potente. Tra questi troviamo: 7RAYS, Vylana, Clark, Ishq, Emma Smith, Cherif Hashizume e Daisy Vatalaro.
Le otto tracce sono un viaggio che esplora la complessità delle emozioni umane facendo perdere l’ascoltatore e adagiandolo nel nido primordiale della madre terra. Probabilmente l’album più eclettico e più bello di Jon Hopkins.
Anche la produzione infatti è impeccabile, come ci si aspetterebbe da un artista di tale calibro, con dettagli sonori che emergono dal mix e arricchiscono l’ascolto. “Ritual” è un lavoro che non solo cattura l’attenzione ma invita anche a un’esperienza extra corporea. Ai limiti della meditazione trascendentale, rendendolo tuttavia adatto tanto per l’ascolto attivo, quanto per quello passivo, distaccato. Un sottofondo para-subconscio, è un’opera che rimbomba in un momento di monotonia produttiva generale, offrendo un senso di speranza e bellezza della musica.
Se sei un amante di Jon Hopkins e della musica elettronica ricercata, questo album merita sicuramente l’acquisto e un ascolto periodico.
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