Oceano – Living Chaos
Recensione del disco “Living Chaos” (Sumerian Records, 2024) degli Oceano. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Ho scoperto gli Oceano una decina di anni fa, credo più o meno dopo l’uscita di “Incisions”, e da allora non ho smesso di seguirli, e il perché non è di certo ché io sia un fan sfegatato di gruppi deathcore, anzi, ma la voce di Adam Warren è sempre stato uno dei motivi cardine della mia infatuazione infame, anche e soprattutto dopo aver scoperto il suo estemporaneo progetto R&B.
Oltre a questo elemento non di poco conto si aggiunge il modo in cui il quartetto dell’Illinois ha sempre incluso la melodia all’interno del proprio corredo genetico fatto di violenza predatoria, che non sempre i gruppi deathcore riescono a dimostrare (il più delle volte è solo facciata e non si sente lo stomaco esplodere), una modalità di induzione della stessa che passa attraverso sentimenti che non siano solo quelli puramente virulenti di certi loro colleghi, e cresciuta esponenzialmente a partire da “Ascendants” (la cui copia in mio possesso ho trovato solo a Barcellona, mentre attendevo di andare al Primavera Sound, ma questa è un’altra storia).
Nessuna eccezione per “Living Chaos”, anzi, Warren e soci hanno fatto sì che la propria evoluzione si muovesse proprio grazie a queste parti aperte e infettanti. L’amarezza fa da padrona, Wounds Never Healed è introdotta da un arpeggiatore al limite estremo del digital hardcore, pezzo di un puzzle techno a catapulta verso distruzione e sospensioni emotive, il grido disperato “Nothing will change” sgretola il cuore e mostra il futuro dell’umanità, senza speranza di redenzione. Il trittico Wasted Life, Mass Produced, Darkness Rising fa sì che questa tristezza senza fine appaia in tutto il suo grigiore, tra stomp mortiferi e accelerazioni a rotta di collo si insinuano lacrimevoli synth e chitarre adagiate sopra il pandemonio elettrico. Persino Interlude che, come dice il titolo, è un semplice intermezzo, è composizione ad altissimo tasso emotivo, arpeggiata, toccante, profonda.
Il basso funkato che lancia l’assassina The Price of Pain è un tocco d’oro in mezzo al massacro, così le chitarre clean in tempi quadri a spezzare il brano in due a stridere contro invalicabili mura grindcore, e gli arpeggi tornano a spadroneggiare in Broken Curse, un gioiello perduto in terre del sogno lovecraftiane, intriso di cieca disperazione con Warren a sfoderare in prima persona la sua splendida voce non-gridante, ma non nel ridicolo modo del metalcore più fetido, pensate piuttosto ai Candiria e capirete di cosa sto parlando.
Gli Oceano, fin troppo ignorati dalle nostre parti (dimmi qualcosa che non so), con “Living Chaos” fanno passare un messaggio chiaro: il dolore ha un suono preciso, e loro sanno esattamente qual è. Non sono in molti, a queste latitudini, a possedere questo segreto.
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