Suuns – The Breaks

Recensione del disco “The Breaks” (Joyful Noise Recordings, 2024) dei Suuns. A cura di Nicola Stufano.

Li ricordavo un po’ diversi, questi Suuns da Montreal. Certo, da “Images du Futur” che li consacrò all’interesse internazionale sono passati più di dieci anni, e non posso dire di aver dato continuità di ascolti dopo quella 2020 che tanto mi aveva colpito per i ritmi acidi all’inverosimile, la cacofonia portata a valore orecchiabile, quasi ballabile. Fatto sta che nel mezzo ci sono stati altri 4 dischi, un EP, un cambio di etichetta (dalla Secretly Canadian alla Joyful Noise) e una parziale riduzione di formazione (Max Henry, strumentista solo in studio di registrazione, si è defilato completamente), nonché un trasferimento intercontinentale (Ben Shemie ora vive a Parigi). 

Quest’ultimo “The Breaks” viene presentato come un cambio di rotta radicale. Anzi, forse no, cambio di rotta è improprio: una rotta non c’è, quanto più uno ‘smarrimento’ musicale. Il trio, che un tempo si imponeva di registrare solo qualcosa che stava effettivamente suonando, tradisce totalmente la sua vecchia regola e si perde volutamente in un vortice di loop, arpeggi e sovraincisioni. “The Breaks” suona come un viaggio senza itinerario, a rinforzare il concetto una copertina composta da un collage di foto on the road fuori contesto tra loro e collocate in un intervallo temporale di vent’anni. 

Il disco ai primi ascolti suona – senza troppi giri di parole – un mattone: Vanishing Point taglia subito le gambe a qualsiasi velleità di orecchiabilità o groove per 7 interminabili minuti. Ben impone l’uso del vocoder e non se ne sbarazza più, usandolo in 6 pezzi su 8, cosa che eleva notevolmente la percezione di pesantezza del suono. I classici “3 ascolti per farsi un’idea” in questo caso non si applicano perché in testa non entra veramente un accidente. Non è solo un banale problema di orecchiabilità, manca un sound chiaro, un filo conduttore che permetta di farsi un’idea di quello che si è appena ascoltato.

Le eccezioni: Fish on a String suona come un pezzo pop a tutti gli effetti senza particolari deviazioni (e difatti è uno dei due senza vocoder). Road Signs and Meanings ha un incedere ritmico arabeggiante e più convinto rispetto al resto dei brani, creando 7’ di tensione prima narrativa e poi sonora. E poi, verso la fine del disco, c’è Doreen, pezzo spaccato in due: la prima parte ballata acustica, la seconda divaga verso una coda distruttiva all’insegna degli arpeggiatori, altra presenza importante nel disco ai limiti dell’ingrombrante. 

Al fine della fiera, “The Breaks” suona come un disco incompiuto. Se i Suuns, come dicono, hanno cercato di perdersi deliberatamente nel flusso, non hanno mai trovato la luce verde dell’uscita. “The Breaks” somiglia a uno sporco impossibile, a una catena di luci di Natale che non si è riusciti del tutto a sbrogliare ma è stata ugualmente appesa sull’albero. Può anche piacere questa estetica, ma resta quella cosa lì: una catena ingarbugliata. 

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