Nemo Propheta in Patria: “Showbiz”, il disco d’esordio dei Muse compie 25 anni

Un trio di ventenni del Devon sforna uno degli esordi più dirompenti della fine del XX secolo. Un disco talmente in dissonanza col sound albionico dell’epoca da avere la Gran Bretagna come ultimo paese di pubblicazione.

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Teignmouth, 1994. Nel Broadmeadow Sports Centre si tiene una Battle of Bands per adolescenti, a partecipare tra vari gruppi locali c’è un trio che si fa chiamare Rocket Baby Dolls: evidenti sono le influenze con i Nirvana, i tre ragazzetti picchiano duro dall’inizio alla fino al gran finale nel quale si saltano addosso e spaccano gli strumenti: ovazione e concorso vinto a mani basse.

5 anni più tardi, i tre ragazzi del Devon hanno cambiato nome in Muse e localmente si sono fatti conoscere: i loro live restano incendiari, i Nirvana sono passati in secondo piano rispetto ad un calderone d’influenze molto più largo. Matthew Bellamy, cantante e chitarrista, è figlio d’arte e spicca per talento e personalità sul palco; il bassista Chris Wolstenholme ed il batterista Dominic Howard appaiono più ordinari, ma sono più che a loro agio nello star dietro alle evoluzioni del loro frontman, tra assoli che guardano ai classici come Jimi Hendrix ed improvvise sterzate crossover che ricordano tanto un altro gruppo del momento, i Rage Against The Machine. 

C’è dunque tanta America, nello stile e nelle influenze di questi tre ragazzi. Sarà per questo che fanno fatica, dopo 2 EP pur molto interessanti, a trovare qualcuno nel Regno Unito che sia interessato a produrre il loro primo album. D’altronde siamo negli anni del Brit-Pop e dei Radiohead, e queste americanate non corrispondono agli attuali gusti albionici. A farsi avanti per prima sarà allora un’etichetta statunitense, la Maverick Records di Madonna, la quale poi si muoverà attraverso label locali per la distribuzione in Europa del disco. Questo porterà ad un’altra anomalia: il disco uscirà sì il 7 settembre 1999, ma solamente in Francia ( dove le qualità dei primi Muse verranno recepite più che altrove, a prova di ciò allo Zenith di Parigi verrà inciso il memorabile live contenuto in “Hulabaloodue anni più tardi). La Gran Bretagna, paradossalmente, sarà l’ultimo paese coinvolto nella distribuzione, assieme a Belgio e Giappone, ad ascoltare “Showbiz”, che verrà pubblicato dalla Taste Media solo il 4 ottobre. La scelta di produzione ricade su un nome importante e già in contatto con la band per gli EP, John Leckie, un curriculum di tutto rispetto che prevede tra gli altri “The Bends” dei Radiohead.

Attraverso Showbiz verrà trasmesso ai posteri il primo grande equivoco della storia dei Muse, ovvero ‘i nuovi Radiohead‘, e solo in piccola parte questo deriva dall’intervento in produzione di Leckie. All’epoca i Radiohead venivano ancora percepiti come un gruppo rock –“Kid A” sarebbe arrivato nei negozi giusto un anno dopo – ma i Muse con i Radiohead c’entrano come i cavoli a merenda. A parte una punta di spleen nei testi, il trio del Devon ha davvero poco da condividere col gruppo del momento, se non l’interesse di una parte (limitata e con meno puzza sotto il naso) di pubblico. I Radiohead sono un gruppo già fatto e finito, i Muse sono un trio di ventenni ancora molto cazzoni e con idee da schiarire sul loro futuro, che però tra le mani hanno un loro sound già ben distinguibile e definito, talento immenso ed un’alchimia potente che compensa il limite dettato dal suonare solo in tre.

Bellamy in particolare riesce a rendersi trivalente: eccelle e si diverte con la chitarra, canta con un potente falsetto e grazie ai suoi studi classici, se la cava molto bene anche con le tastiere; le influenze di Tchaikovsky e Berlioz verranno fuori nei dischi successivi dove farà un uso più corposo del pianoforte, per ora si diletta principalmente in arpeggi ( replicabili così anche con la chitarra, dal vivo): una sintesi di tutto questo è il pezzo di apertura Sunburn, incentrato sulla figura di una donna in carriera che perde il controllo del suo impero, che si avvia con un semplice e riconoscibile giro di piano in La minore per poi lasciar spazio ad un assolo in vibrato nella seconda parte.

La scrittura per certi versi è ancora tardo-adolescenziale, leggi le pur godibili Fillip ed Escape. Ci sono però liriche che tutt’ora toccano un apice di intensità fuori dal comune. Là fuori in parecchi ucciderebbero per avere la possibilità di scrivere un pezzo evocativo come Muscle Museum, a cominciare dal titolo (sono rispettivamente la parola che precede e quella che segue “Muse” nel vocabolario), passando per uno dei video musicali più belli dell’epoca, una rappresentazione parallela di momenti d’improvvisa disperazione tra i ricchi abitanti di un complesso di villette a schiera ( quando ai Muse chiedevano « Ma perché nel video tutti piangono?» la sardonica risposta era «Perché la canzone è brutta!») . Muscle Museum diventò l’inno alla frustrazione degli indie boys di allora, contribuendo a costruire l’immagine del “gruppo depressivo”, altro equivoco sulla prima parte di carriera dei Muse.

Dal successivo disco, i Muse apriranno le porte ad una musica più barocca, qui siamo ancora dalle parti di una rock band che non si limita all’idea del power trio. Qualche germe di cosa avverrà in futuro lo si può intravedere, ad esempio nella cupa e sfaccettata Cave, ma soprattutto nella strepitosa title-track, costruita come un giro sulle montagne russe. Primo minuto di cupa attesa e tensione, Chris la regge facendo slapping su corde di nylon, mentre Matt ripete ossessivamente «Controlling my feelings for too long », lasciando intendere che presto qualcosa accadrà. Il pezzo deflagra progressivamente sui suoi 5 minuti di durata che passano senza accorgersene, chiudendo con i tribali coi quali era cominciato dopo uno dei migliori assoli della loro carriera.

Due parole anche sulle ballad, carattere distintivo ed imprescindibile in qualsiasi loro disco. Lo spazio emozionale è quello in cui Bellamy sa muoversi meglio ed esaltare le sue doti vocali.  Unintended resterà uno dei loro pezzi più amati e conosciuti: tutto sommato semplice nella scrittura e nella composizione, impreziosito però dalla sapiente combinazione di Hammond, Armonium e Mellotron. Hate This & I’ll love you ne è il contraltare cupo, un triste e prezioso notturno che ricorda più di ogni altra traccia la copertina del disco, attraverso le note di un Würlitzer: anche qui, come in Showbiz, la scrittura è circolare, ovvero apertura e chiusura si somigliano in andamento, strumenti adottati e intensità. Anche la composizione circolare diventerà un pattern ricorrente nella discografia dei Muse. 

Alla fine la Gran Bretagna si accorse di loro abbastanza presto. “Showbiz” finì per vendere 300.000 copie, non male per un disco d’esordio. “Showbiz” suonò come un’ottima dichiarazione d’intenti: i Muse non stavano inventando niente di nuovo, ma al contempo non somigliavano a nessuno nella scena di allora, e tanto bastò per renderli delle star internazionali nel giro di una decina d’anni. La loro forza è nella fedeltà reciproca: non solo dopo trent’anni suonano ancora insieme, ma soprattutto nella prima metà della carriera, rari e limitati sono stati i featuring, o le collaborazioni anche individuali con altri artisti: non suonavano per altri, né estranei entravano nel suono della band, neanche dal vivo. Solo dopo 4 dischi aprirono ad un turnista, anche perché l’alternativa era rinunciare ad una fetta importante del loro sound, oppure trasformare Bellamy in un polpo ( cosa che avrebbe anche preferito). Nonostante le evidenti doti di Bellamy, i Muse non sono mai passati, come avvenuto per tanti altri, come una one-man band, e sarebbe stato inimmaginabile pensare ad essi senza Dominic o Chris. 

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