the Jesus Lizard – Rack
Recensione del disco “Rack” (Ipecac Recordings”, 2024) dei Jesus Lizard. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Molti di noi aspettavano il nuovo album dei Jesus Lizard con la stessa trepidanza di certi baciapile in attesa della famigerata seconda venuta. Altrettanti hanno sperato che questo momento giungesse sin da quando li hanno visti esibirsi live ai tempi della prima reunion. Per il sottoscritto da quella sera di settembre allo Spazio211 di Torino. Locale imballato, pareti che sudano, i quattro di Austin così carichi da sembrare pile atomiche, soprattutto Yow, sbavante in mezzo alla gente (tanta piegata sulle spie da palco), fuori dal locale, il freddo a sferzargli la pelle, freddo combattuto con la ferocia che solo lui poteva sprigionare.
Non era quello il momento, però. Di anni, da quel 19 settembre, ne sono passati quasi letteralmente quindici. Vogliamo leggere il tutto cabalisticamente? Col cazzo. Non siamo qui per parlare di coincidenze e numerologia spiccia, siamo qui per capire se è valsa la pena attendere tanto oppure “Rack” è la riprova che i ritorni sulla lunghissima distanza sono il solito modo per ingannare l’inedia, il vuoto di un mondo fatto di musica piatta e dimenticabile con l’arma della nostalgia.
Gli ultimi momenti di esistenza del gruppo texano non sono stati tra i migliori di una carriera fatta di capolavori, di un suono fatto e disfatto da loro stessi, persone a cui non è mai fregato meno di niente di aver delineato un genere né di esserci finiti dentro con tutte le scarpe: “Noi non eravamo come certe band punk rock veramente popolari, Rancid, NOFX, The Offspring o Bad Religion. Non facevamo parte di quel movimento,” asserisce Duane Denison, “Poi siamo finiti nel calderone noise rock, ma non l’ho mai capito. Quando senti le nostre canzoni ti rendi conto che hanno arrangiamenti e liriche. Semmai, penso che oggi stia avvenendo una sorta di rinascita della musica rumorosa, rock e aggressiva”. Poi si stupisce di aver assistito a un concerto degli Swans in mezzo a un pubblico molto giovane, infine non capendo davvero cosa stia accadendo. Sono i famosi corsi e ricorsi storici, ma non è un ricorso quello dei Jesus Lizard, proprio per niente.
È nel solco della “rinascita” che il quartetto piazza “Rack”. Risorgimento personale, oltre che della musica rumorosa, con colpo di spugna rancida spazza via le delusioni da “Down” in poi, come se la propria storia prendesse piuttosto di nuovo corpo da “Liar”. Il mondo dei Jesus Lizard torna a popolarsi di mostri di ogni sorta, di violenza interiore ed esteriore, finanche domestica, streghe e cadaveri sotterrati nel dolore, sotto una pioggia incessante, scuole demolite più dentro che fuori, sesso e lordura, persino il sentirsi inadeguato in questo mondo alla deriva di Alexis Fleisig dei Girls Against Boys, la penna di Yow è ancora (e a questo punto sempre sarà) avvelenata. La voce sfranta, le grida dosate ma non meno sfrezanti si fanno strada, cineree e imbevute di malanimo, tra inquietanti diramazioni denisoniane, deragliamenti elettrici che si compattano attorno al tandem Wm. Sims e McNeilly, un mostro assoluto stretto in un’armatura di cemento armato che corre impietoso tanto tra progressioni ascendenti quanto a cavallo di massacri hardcore sfiatati, pantano sludge che impesta, riff tutti nervi, detonazioni rumorose dove “noise” è più il bruciore che l’esplosività e la gramigna elettrica degli esordi.
Lavorato tutto di cesello, meno di mazzafrusto ma senza asciugare la virulenza lizardiana, la spaventosa vena paranoide che amiamo e ameremo ancora nei giorni a venire e che ci fa dondolare sulla sedia mentre ascoltiamo un disco che non sarà disco dell’anno, che non si fa trascinare da new wave violente ma che afferma una sola cosa: i Jesus Lizard non hanno bisogno dei revival, solo di affondare le zanne nella carne e portarsi dietro la carcassa di una realtà spenta che necessita di una sonora dose di dannazione per riattivarsi.
Don’t call me courageous
But don’t think I’m a fool
This blessing’s contagious Where your son goes to school He can rewrite the pagesHe can rebreak all the rules
Forcing cool into uncool
Falling Down




