Dall’inizio alla fine: che importanza hanno avuto i NOFX?

I Nofx sono stati in grado di accompagnare almeno due generazioni: è praticamente impossibile quantificare quanto durerà la loro eredità e soprattutto quanto sarà viva la memoria dei loro concerti, dei loro dischi, della loro importanza nell’immaginazione collettiva.

Makin’ sure that the garden grows

Johnny Appleseed

1995

Mi ritrovai per la prima volta, in vita mia, con una bomboletta spray in mano. Nera, quasi finita: ero uno degli ultimi a cui era arrivata. Avevamo passato la serata a mangiare delle pizze e della Viennetta Algida al mirtillo e avevamo iniziato a bere vodka. Era la prima volta che assaggiavo un superalcolico ed ovviamente lo stavamo facendo tutti di nascosto, noi del gruppo della pesca. Ogni anno affittavamo la polverosa sala della panetteria centrale, il panettiere ci cucinava delle pizze in enormi teglie nere e unte con diversi condimenti. Di solito ci metteva una montagna di carciofini che a me facevano vomitare, ma mangiavo lo stesso la mia parte, per non essere differente dagli altri pescatori. Finita la cena, ce ne andammo in giro per il paese, scuro e silenzioso. Davanti a me c’era la campana di vetro dell’enorme piazza del paese, verde e immobile come sempre, nella sua scarna e sorda esistenza. In giro non c’era nessuno e gli ultimi giorni di agosto avevano portato un fresco serale al quale non ero abituato. Le foglie dei tigli si muovevano e potevi ascoltarne il rumore. I lampioni erano assaliti dalle falene sopravvissute e se avessi teso bene l’orecchio avresti potuto sentire il rumore dei torrenti in lontananza, riempiti di colpo dalle ultime piogge estive. Il campanile della grossa chiesa aveva già smesso di rintoccare le ore, finiva alle dieci perché gli anziani si lamentavano del baccano del martelletto. Sdeng-sding-sdong. Avevano raccolto delle firme e le avevano presentate al prete, che aveva dovuto accettare nonostante suo fratello, il sindaco, fosse contrario. Avrei potuto scrivere qualsiasi cosa, con quella bomboletta nera. Disegnare una A cerchiata, fare una croce rovesciata. Ne sapevo, di cose. Avevo io il potere. Invece l’unica cosa che mi venne in mente di scrivere fu “NoFx”. Appena sotto il buco dove introdurre le bottiglie. Proprio così, con la “o” leggermente più piccola rispetto alle altre lettere.

<< Ma che vuol dire? >> mi chiese un mio compagno pescatore, un mio amico col monociglio.
<< È un gruppo musicale, americano >>
<< Non lo conosco, a questo punto non potevi scrivere “Ligabue” così lo conoscevano tutti? >>

Non risposi nulla, perché sapevo che non avrebbe capito. Mi era simpatico, quel mio amico col monociglio, gli volevo bene, era un ragazzino molto sensibile e mi chiamava per nome. Non gli dissi nemmeno che avessi fatto finta, quando eravamo assieme agli altri, di aver bevuto la vodka che avevano portato i più grandi. Non volevo sembrare diverso dagli altri, ma lui non l’avrebbe mai capito.

1997

“Repubblica” aveva un inserto molto interessante, in quegli anni. Si chiamava “Musica! Rock & altro”. All’interno ci trovavi recensioni, column e interviste a gruppi a cui di solito non veniva concesso molto spazio, negli usuali canali di informazione. Comprai il giornale una mattina di dicembre, appena prima dell’inizio delle vacanze natalizie. Mi fermai all’edicola davanti alle poste centrali, mentre tutti intorno a me si muovevano a scatti, nella nebbia di quel giorno che sulla carta non avrebbe dovuto trascorrere frenetico. Le ultime cose da fare prima di Natale, insomma. I corrieri pieni dalla sera prima, i pensionati che non riuscivano a dormire, la gente si salutava stretta nei cappotti che avevano gli stessi colori delle foglie in terra. Quel 19 dicembre non ci sarebbe stata scuola. L’appuntamento era alle 8:30 davanti ai cancelli del Broletto, in centro città, per visitare una mostra, una delle tante che avessero un interesse didattico inerente al programma di storia che stavamo affrontando. Arrivai tra i primi. I miei coetanei che stavano aspettando nel gelo della mattina di dicembre provenivano da altre scuole, o erano di altre sezioni. Non mi interessava parlare con loro. Parlavo con poca gente, un po’ come adesso. Quell’attitudine forastica mi spinse così a iniziare a sfogliare l’inserto di Repubblica che avevo messo al sicuro nello zaino. Ovviamente, volai subito alla sezione recensioni. “Nofx – So long and thanks for all the shoes”. La velocità della musica, la tromba nella cover di Champs Elysées, le solite cazzate sull’adolescenza e sull’esprimere rabbia che vengono scritte nelle recensioni di un disco punkrock. Rimasi però colpito da un’espressione che venne utilizzata quando fu il momento di parlare di Murder the Government: “solido anarchismo”, c’era scritto. In una canzone che iniziava dicendo “voglio vedere la Costituzione che brucia”. La costituzione di cui parlavano i quattro californiani era nata dagli ideali di Rousseau, dall’Illuminismo. Come si può volere vederla bruciare? Si trattava di una malcelata vena sarcastica? Era quella l’anarchia? Una decisione così violenta? Era la stessa anarchia di cui si parlava nei centri sociali, nelle fanzines, nei volantini che venivano distribuiti nelle stazioni e prima delle manifestazioni?

Immerso in queste riflessioni, arrivarono i miei compagni di classe, a cui feci vedere la recensione sull’inserto di Repubblica. L’avevamo già ascoltato, “So Long And Thanks for All the Shoes”, ma nessuno era in grado di pronunciarne il titolo per intero. Qualcuno aveva comprato la trasposizione fisica e soprattutto originale di quell’album, in quel 1997 così veloce e intimo. Ce l’eravamo passata, scambiata tra noi. Fai veloce però non aspettare che fanno un altro disco per ridarmelo.

Due giorni dopo ero allo stadio, in scena Novara – Ospitaletto. Il gelo e la nebbia ci attaccavano da tutte le parti. Ad un certo punto arrivò addirittura una pioggia mista neve che trasformò di colpo quella foschia invernale in qualcosa di più pesante, che ghermiva i lampioni e le gradinate vuote. Non c’era nulla di anarchico, in quella pioggia. Uno a uno il risultato finale. Siamo a Natale, eccoci nel bel mezzo di un’altra stagione di merda.

1998

La maglietta “Punkers” aveva fatto in tempo ad asciugare durante la notte. Me l’aveva prestata un mio compagno di classe e non l’aveva lavata.

<< Lavala tu, così te la metti domenica quando vai a pogare in mezzo ai punk! >>, mi disse sarcastico, mi stava prendendo in giro. Perché avesse una maglietta dei Nofx, a quel punto, mi sembrò un interrogativo giustificato. Era la loro maglietta più famosa, dopo quella coi tori o quella con l’occhio. Marrone, la scritta davanti era un rip/off del logo del gelato Snickers, mentre dietro c’era una breve descrizione dello snack in chiave musicale punk.

Quel giugno non era stato particolarmente caldo. Ero miracolosamente riuscito a portare a casa il risultato scolastico già da metà maggio, come una salvezza matematica per non retrocedere, e stavo passando gli ultimi giorni di scuola svogliato e in perenne attesa di organizzare le vacanze assieme ai miei compagni di classe. Prima, però, il Teste Vuote Ossa Rotte, a Milano. Mi immaginavo punks con la cresta, pugni, vomito, risse. Ero elettrizzato. Fatto quello, fatto tutto. Avevamo un’organizzazione perfetta: partenza alle undici in treno dalla provincia, arrivo a Centrale per mezzogiorno, metropolitana sino a Famagosta e poi ultimo tratto in navetta per raggiungere il parcheggio del Forum di Assago. Per il ritorno, due macchine guidate dai genitori. Nessuno di noi aveva la patente, ma si trattava senza dubbio di un piano studiato al dettaglio. Avevo provato a chiamare il centralino del gestore dei biglietti per avere un orario preciso di fine concerto ma niente, nessuno mi aveva risposto per settimane e mi ero inventato un “mezzanotte e mezzo / una” da riportare a mia madre, che guidava una delle due macchine di recupero. Rancid, Buzzcocks, H20, Primus, Hellacopters, Punkreas. Ma soprattutto i Nofx. L’emblema dell’identità alternativa europea dell’epoca, un sogno che si realizzava.

La stazione era assolata, poca gente sostava sulle banchine. Sulla nostra, incontrammo un operaio che andava ad un collettivo a Milano e ci spiegò come funzionava la politica nelle scuole della nostra città in cinque minuti, aspettando il treno. Era vestito con una camicia di jeans strinata dal passare del tempo e delle scarpe ancora invernali, aveva i denti piccoli e deformati. Io lo guardavo parlare e non sapevo se provare ammirazione o sconforto. Ci volle stringere la mano ma io evitai il suo contatto. Poteva avere trent’anni come sessanta. Ci disse che tutti i dirigenti fossero degli aguzzini servi del capitale e io pensai che sì, erano comunque ricchi.

Viaggiammo nel sole, avevo con me un panino destinato a un pranzo che non fu mai consumato. Rimase nello zaino sino al giorno dopo, me ne accorsi andando a scuola. Arrivammo ai cancelli del parcheggio e i punks prendevano a calci bottiglie di vetro. Alcuni le afferravano e le scagliavano contro i cancelli e i muri. Camminavamo su una poltiglia ben compatta e resistente fatta di cartoni, sputi, comito, bottiglie di plastica, mozziconi di sigarette e sacchetti. Il giorno prima c’era stato nello stesso parcheggio il Gods of Metal e l’area non era stata pulita. I metallari al sabato sera, noi di domenica col sole a picco.

Cadde il mondo mentre suonavano i Primus, a metà festival, e le cose peggiorarono. Mia madre mi aveva consigliato scarpe resistenti: servirono. La grandine si mischiò alle bottiglie, la pioggia entrò nei panini sugli scaffali delle bancarelle per il cibo. La gente iniziò a scappare in cerca di un riparo e fu in quel momento che conobbi altri punks della mia città. Avevano uno striscione: “Novara Punx nella testa e non nella cresta”. Anche se avevano praticamente tutti la cresta, non importa. Qualcuno di loro si ricordava di avermi visto in giro in città e mi fece spazio sotto allo striscione bianco. Puzzava di legno marcio.

I Rancid sul palco sembravano tantissimi. C’era un tastierista, la gente ballava mentre la luce diventava sempre più artificiale e le pozzanghere lentamente si asciugavano.

Leave It Alone arrivò quasi all’improvviso, non avevo mangiato praticamente niente ed ero stanco. Divenne buio e persi i miei amici, ma non importava, mi ero meritato di star lì da solo e avevo conosciuto punks della mia città più grandi di me, che vestivano con borchie, scarponi e spille da balia mentre io non avevo nemmeno una maglia dei Nofx che fosse mia.

Fu la prima e ultima volta che andai ad un concerto indossando la maglia di un gruppo che vi suonasse. Da allora, avrei biasimato apertamente chiunque lo facesse. The Moron Brothers e la gente che tirava pugni a caso. Uno mi arrivò in faccia, mi girai ed era un tipo coi capelli lunghi. Sul palco ridevano e scherzavano, vennero raggiunti da qualche sassata così, per farsi le ossa e non far loro dimenticare che erano in Italia, dopotutto. Fat Mike beveva del vino rosso. Finalmente arrivò anche la tromba e i kids iniziarono ad abbracciarsi. Abbracciai quello coi capelli lunghi che mi aveva tirato un pugno.

Comprai la maglia di quel tour del 1998, con le date scritte sulla schiena e un coniglio sotto a un loro logo bruttissimo, verde fosforescente. “Nofx are for kids!”. Ce l’avevo fatta. Relegai la maglietta marrone sul fondo di un cassetto per anni. Poi la gettai. Tanto il mio amico non la reclamò mai.

<< Non c’era quella coi tori? La vendevano al Palatrussardi l’anno scorso. >>
<< Non ho visto, vendevano quelle del tour di quest’anno. >>

Finì tutto, puntuale, a mezzanotte e mezza. Vidi la station wagon con mia madre nel parcheggio accanto all’autostrada, sotto ad una pubblicità di elettrodomestici. Era appena arrivata e sorrise a me e ai miei amici.

2000

Nel 1994 i Nofx avevano già dieci anni. “Punk in Drublic” arrivò molto dopo i loro esordi e quell’anno fu, anche per loro, in quanto band di punk melodico, fondamentale. Trovai una videocassetta celebrativa in un noto negozio di Kreuzberg e da quel momento il guardarla e riguardarla divenne un culto irrinunciabile per le serate tra amici, a base di nulla e ricordi. Ma poi che ricordi dovevamo avere, se non avevamo ancora vent’anni? Rimanevamo ore intere a rimandare indietro le scene raccontate in quella videotape. Vi erano interviste, videoclip ufficiali dei quali ignoravamo l’esistenza, outtakes di concerti e momenti incredibili di loro in tour o in qualche scantinato, ne volevamo assaporare il disagio e la magia sino all’ultima goccia. Si intitolava “Ten Years of Fucking Up” ed automaticamente “Ribbed” divenne il mio disco dei Nofx preferito.

Altro che tromba e brani ska. Metal. Il video live di Green Corn contenuto nella cassetta dilania le coscienze. Mi ricordo che andai immediatamente a scovarne il testo e la elessi automaticamente a mia canzone preferita. La California e i suoi miti, il classismo, le differenze che c’erano tra le diverse categorie di esseri umani, la consapevolezza del “non siamo come voi”. Sognavamo quella vita, avevamo le loro stesse età. Ma se i Nofx erano in giro per la West Coast su un furgone, celebrando la vita agreste e le cadute nei torrenti fumando beer bong, noi eravamo su un divano del centro città a sfogarci sui nostri pensieri. Ricordo che durante un weekend invernale, quando per noi tutto si fermava e i nostri genitori erano in vacanza, riempimmo due bidoni del vetro, uno riservato alla palazzina dove abitavo, l’altro di quella accanto, con i vuoti delle bevande che per tre giorni avevamo trangugiato ininterrottamente, senza alzarci dal divano. Ma andava bene così. Non litigavamo mai, tra di noi: ci bastavano quei giorni inconcludenti che i nostri coetanei, quelli che ci piaceva chiamare “normali”, non avrebbero mai potuto passare.

I think of Chinese food when I think of life
That’s sweet and sour. My life is sweet as saccharine.

Personalmente, credo che quella VHS sia stata fondamentale per aprirmi gli occhi su cosa fosse il punk e soprattutto il suonare punk. Furgoni con il portellone aperto ricoperti di adesivi e torrenti guadati.

Non sapevamo nemmeno cosa fosse, un beer bong.

2005

Accanto a me c’era un tizio più anziano di me che cantava a squarciagola Drugs are good, ma io non l’avevo mai sentita e mi faceva sentire in imbarazzo, quella sua foga. Ballava, si fumava una bella sigaretta, si aggiustava gli occhiali e cantava su quel pezzo, tra i primissimi in scaletta per l’esibizione dei Nofx a Milano. Era un festival qualunque, uno dei tanti a cui andavo in quegli anni. Prima di loro c’erano stati i Millencolin, che non avevo mai visto, ed ero andato lì per loro, fondamentalmente.

Mi ricordava vagamente The Brews, la prima loro canzone che ascoltai in assoluto. Oi!, Oi! e i cori contro i nazisti: forse per questa ragione mi colpì così tanto, forse mi colpì il fatto che erano anni che non la ascoltavo più.

Avevo smesso di seguire le nuove uscite dei Nofx da anni. Quella canzone però mi sembrò bella, così diretta, così noncurante. “For no particular reason beat up everyone”: e se avessi sbagliato io a perderli di vista? Certo, la gente cambia, così come possono cambiare i suoi gusti. Ti interessi di altri generi, conosci altra gente, e matematicamente lasci perdere alcune cose. Ma i Nofx, come avevo fatto a lasciarli stare? Forse erano saturate le dinamiche, i mezzi di informazione musicale dai quali attingevo, gli ambienti che frequentavo. Avevo scritto fanzines, suonato in gruppi, organizzato concerti come tanti altri attorno a me: bastava questo per spiegare una noncuranza nei confronti di chi, in fin dei conti, mi aveva fatto sin da piccolo avvicinare al punk? È come se in poco più di cinque anni non fossero più esistiti, se non per riascoltare vecchi dischi o ricordare concerti passati e dimostrare ai neofiti, a chi si avvicinava al genere in quegli anni, che ne sapessi di più. “Heavy Petting Zoo”, per esempio. Il disco che, naturalmente, aveva accusato in maniera devastante il contraccolpo mediatico del precedente “Punk in Drublic”. Eppure, Hot Dog in a Hallway, Liza e August 8th sono dei brani magistrali, che hanno saputo integrare al loro interno tutto ciò che i Nofx non sono mai stati. Un disco che uscì ancora una volta per Epitaph, ma suonato poco, dal vivo, rispetto agli altri.

<< Su che disco è la canzone che hanno fatto prima? >>
<< Una raccolta, penso, uscita qualche anno fa. Ha su inediti, b-sides, robe così. >>
<<Tipo Maximum Rock’n’roll? >>
<< Tipo Maximum Rock’n’roll, sì. >>

Nonostante tutto, la maniacale ricerca dei dischi meno famosi riguardava anche i Nofx. Quella su Mystic Records, etichetta che iniziò a pubblicare in maniera totalmente diy Dr. Know e RKL, per esempio, uscì nel 1989 e rappresenta tuttora la testimonianza più grezza e sconcertante che possiamo avere della band. Autocitazionismo. Sia da parte loro che da parte dei fans più vecchia scuola.

2014

Non esistevano più i kids del 1998. Persi quella maglietta, “Nofx are for kids!”, durante i vari traslochi che mi avevano accompagnato negli anni, come succede a tutti. Uno sfrutta i traslochi per eliminare il superfluo, ma può anche sbagliarsi sulle cose e buttare via per sempre una maglietta alla quale era affezionato.  Me ne accorsi quando ormai era già troppo tardi, me ne accorsi perché avevo ricominciato ad ascoltare tutti i dischi dei Nofx in maniera compulsiva, dai primi lavori alle ultime uscite, quelle cioè che mi facevano storcere il naso.

Il tempo passa per tutti: mentre io traslocavo ed ascoltavo i consigli sull’instaurare buoni rapporti con i nuovi vicini di casa per una civile convivenza nel palazzo, qualcun altro viveva esperienze edificanti, momenti indimenticabili, compiva enormi passi verso la propria realizzazione. Nelle stesse ore, uguali in ogni parte del mondo. Ognuno si ritrova a compiere le azioni che gli sono state assegnate e a vivere i sentimenti che ne derivano, ma il tempo passa inesorabile. Così come le proprie abitudini.

Il costo dei concerti e, in generale, della musica, si era esponenzialmente alzato, rispetto alla prima volta che andai ad un loro concerto o che, addirittura, iniziai ad ascoltarli in maniera perentoria. Andare ai concerti, soprattutto, era diventato un impegno. Per i prezzi, per gli orari, per i parcheggi, per la maleducazione. La differenza tra un evento mainstream, di quelli che avevo da sempre boicottato, e un concerto punk si era inesorabilmente assottigliata, con le stesse regole e, soprattutto, la stessa gente che ci andava. Nofx inclusi. Tanto valeva e tanto è valso, allora, partecipare anche ad eventi mainstream, a discapito di quelli underground. Cantare “The cause, we’re just doin’ it for the cause” non aveva più significato, ormai. La cassetta di marca Coop registrata con “Punk in Drublic” fece parte del mio corredo post-adolescenziale durante tutta la durata di quell’epoca, forse, la più giusta, per iniziare ad ascoltare punk rock. Aveva avuto un senso per me, ne ero cosciente, ma gli altri? Come ne avevano assorbito l’onda d’urto? Nemmeno il sottobosco culturale europeo riusciva a rivalutare una situazione che aveva perso qualsiasi controllo in base a moralità ed impegno.

Quello del 2014 al Carroponte fu forse l’ultimo grande concerto punkrock commerciale al quale abbia partecipato in vita mia. Nove anni dopo averli visti per l’ultima volta, era cambiato tutto. Chi li aveva conosciuti da poco non dimostrava rispetto per il prossimo, in un’arrogante corsa per quel “tutto subito” che stava prendendo piede e che domina tuttora il panorama musicale mondiale.

Salirono su un palco dove una volta lavoravano operai ed ex partigiani, dove dopo la guerra ripresero importanza i sindacati. Suonarono, tra le prime, Bob, e fecero Stickin’ in my Eye tra i bis. Alzai i pugni esultanti al cielo. Nove anni prima, li avevo visti con persone che non c’erano più, ma in quel momento mi trovavo con altre persone che non c’erano, nella mia vita, all’epoca. Provavo dolore, era come se avessi riaperto una ferita necessaria per rendermi conto che fosse quello in naturale corso degli eventi che mi riguardavano da vicino. Ritrovarsi tutti, i volti più gozzuti, i tatuaggi già sbiaditi, i vestiti più costosi, la tolleranza diminuita, fu un’ottima idea.

Ora che hanno annunciato il loro scioglimento, mi viene da pensare che, forse, averli continuamente persi e ritrovati sia servito a non rimpiangerli. I Nofx sono stati in grado di accompagnare almeno due generazioni. Due generazioni di persone che, comunque, in un modo o nell’altro, in maniera più o meno radicale, hanno condiviso con me e i miei coetanei concetti molto marcati riguardo al modo di affrontare le proprie esistenze. Ci hanno attirati ai grandi concerti come hanno riempito i posti occupati di mezza Europa. Hanno scritto dischi duri e ruvidi così come hanno giocato con ironia e coraggio con problematiche di scala globale. Sono stati odiati ed amati dai punks con la cresta così come gli skaters o gli hardcorers più impegnati.

È praticamente impossibile, proprio per questo mimetismo, quantificare quanto durerà la loro eredità e soprattutto quanto sarà viva la memoria dei loro concerti, dei loro dischi, della loro importanza nell’immaginazione collettiva. Non fui mai scoperto, per la scritta sulla campana del vetro. O per lo meno, nessuno mi venne mai a sgridare e nessuno mi disse mai nulla. Forse erano tutti consapevoli dell’occasione che avevo sprecato.

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